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giovedì 17 dicembre 2015

LA BUGIA DEI MILLE...


Ma erano mille i garibaldini? Certamente. Ma ogni giorno sbarcavano sulla costa siciliana migliaia di soldati piemontesi congedati dall'esercito sabaudo. Una spedizione ben congegnata, raffinata, scientifica, appoggiata dalla flotta inglese ed assistita da valenti esperti internazionali.
I 1089 garibaldini, di cui almeno 19 inglesi, erano in realtà solo l’avanguardia del vero corpo d’invasione; tra giugno e agosto, infatti, sbarcò in Sicilia un’armata anglo-piemontese di 21000 soldati. Il corpo era costituito, in maggioranza, da carabinieri e soldati piemontesi, momentaneamente posti in “congedo” o “disertori” riarruolati come “volontari” nella missione d’invasione, e anche da qualche migliaio di ex zuavi francesi. Anche nei pressi di Pachino, sbarcò un piccolo corpo di spedizione garibaldino, costituito da 150 uomini, che trasportavano in Sicilia i quattro cannoni acquistati a Malta dagli sponsor inglesi dell’invasione. Inoltre, erano presenti dei veri e propri volontari, finanziati per lo più dall’aristocrazia e dalla massoneria inglesi; si trattava di un misterioso reggimento di uomini in divisa nera, comandati da tal John Dunn.
Infine, i 21000 invasori furono protetti da ben quaranta tra vascelli e fregate della Mediterranean Fleet della Royal Navy



Fonte: Briganti

domenica 19 luglio 2015

Conferenza: Elisabetta I Tudor la maschera dell’eresia

 
 
Proponiamo la registrazione  e il testo della 341° conferenza
di formazione militante a cura della Comunità Antagonista Padana
dell’Università Cattolica del Sacro Cuore: parla Luca Fumagalli della redazione di Radio Spada
La conferenza è stata tenuta il 15 luglio 2015
Titolo della conferenza: “Elisabetta I Tudor: la maschera dell’eresia nella lettura di Hilaire Belloc”
Buon Ascolto!

martedì 12 maggio 2015

Maria Tudor: quando il fallimento è redenzione

mary
Dopo due piccoli capolavori della narrativa storica come Con quale autorità? e Il trionfo del re, R. H. Benson decise di abbandonare il tema delle violenze perpetrate dai governi protestanti di Enrico VIII e di Elisabetta per approdare ai lidi della tentata restaurazione cattolica in Inghilterra ad opera di un’altra celeberrima Tudor: Maria I. Nel 1906 venne così dato alle stampe La tragedia della regina, romanzo recentemente pubblicato in Italia dalla casa editrice veronese Fede & Cultura.
Proseguendo sul filone delle opere precedenti, Benson racconta la dolorosa vicenda di Maria Tudor, ambientata nel cuore del XVI secolo. La sua vita è narrata attraverso gli occhi di Guy Manton, un universitario venuto a servirla a corte dopo il matrimonio con Filippo di Spagna.
La miseria e la disperazione caratterizzano l’esperienza politica di una regina che non è in grado di comprendere l’umore del suo popolo, per nulla contento del ristabilimento della vecchia religione e piuttosto infastidito dai metodi sbrigativi che impiega per eliminare i ribelli e i dissidenti (da qui il tristemente famoso appellativo di “sanguinaria”). Il libro, interessato a recuperare i dettagli più nascosti della complessa personalità della sovrana, termina con la morte di Maria nel 1558, descritta dall’autore con un sorprendente espediente letterario, ricavando le immagini finali direttamente dalla mente della morente.
Il romanzo, piuttosto frammentario, è una sorta di lungo studio psicologico, incentrato principalmente sul dramma personale della regina a cui fa esplicito riferimento il titolo. Nonostante abbia sempre agito per il meglio e fatto di tutto per ripristinare il cattolicesimo nell’isola, Maria è inesorabilmente destinata alla sconfitta: la rovina a cui l’ha condotta una politica inefficace, il fallimento delle aspirazioni amorose e la rabbia di dover lasciare il trono ad Elisabetta – con il rischio, poi rivelatosi realtà, di una nuova politica di protestantizzazione del paese – sono gli elementi che imbastiscono una tragedia che è privata e nazionale.
Benson non cede quindi alla tentazione di creare un ritratto idilliaco della sovrana, privo di quelle ombre che invece ne caratterizzarono la politica. Maria, prima di essere una regina, è una donna in carne e ossa, una figura che miscela i pregi e le debolezze della natura umana. In ossequio alla verità storica, seppur descritta con pietà e benevolenza, l’autore non ne nasconde le mancanze, come l’incapacità di conquistare il consenso dei sudditi, alienandosi presto le loro simpatie e quelle della corte.
Nel fallimento politico – assecondando uno dei filoni più scoperti della poetica bensoniana – affondano e danno frutto i semi della redenzione e della santificazione personale. La sovrana, il cui nome non può non evocare quello della Madonna, ritrova la forza solamente sul letto di morte, quando scorge una forte identità con i patimenti subiti dal Cristo: la sconfitta su questa terra è solamente l’anticamera per la vittoria nell’eternità.
Anche se ricco di episodi memorabili, narrati con singolare lucidità, come il matrimonio della regina e il ritorno in massa dei religiosi sull’isola dopo la riconciliazione con la Santa Sede, all’epoca della pubblicazione molti critici trovarono il testo piuttosto difficile, troppo contorto nei sui psicologismi, cosa che non gli garantì quel successo che forse avrebbe meritato. Oggi, al contrario, a un lettore ormai avvezzo agli sperimentalismi letterari dell’ultimo secolo non sfuggirà un’unità e una compattezza di fondo che rendono piacevole la lettura e che connotano il romanzo come uno strumento utile per comprendere sia il passato che, cosa più importante, il presente.

Luca Fumagalli
H. BENSON, La tragedia della regina, Verona, Fede & Cultura, 2015.  

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lunedì 23 marzo 2015

La storia inglese raccontata da G. K. Chesterton


inghilterra
di Luca Fumagalli - http://radiospada.org/
Una BREVE storia d’Inghilterra è un vento leggero che, come una pacata brezza autunnale, spazza le foglie di un giardino troppo a lungo trascurato. La penna di G. K. Chesterton, agile nella narrativa quanto arguta e delicata nella saggistica, dipinge una trama storica ricca e coinvolgente che, lontana dall’affettata erudizione per il particolare, tende ad abbracciare soprattutto il respiro di un epoca, l’umore che ne ha caratterizzato gli avvenimenti più significativi e che ha dato i natali a uomini valorosi. Il libro, pubblicato per la prima volta nel 1917, in piena guerra mondiale, può essere considerato, a buona ragione, una sorta di testamento spirituale che Chesterton CONSEGNA alle generazioni future. Il passato per lui è una chiave per rileggere il presente e scovare al suo interno tracce di un futuro che, all’epoca, sembrava nero come non mai. Solo per fare un esempio, l’oscuro orizzonte della barbarie germanica – tema ricorrente nelle pagine del volume – è un’immagine singolarmente profetica che anticipa con acutezza le successive sciagure dell’hitlerismo.
Ma il saggio non si limita a questo. Spazientito da una storiografia troppo coinvolta con il potere e, più in GENERALE, poco interessata alle vicende del popolo, l’autore confeziona un prodotto che, al contrario, con tipico piglio parossistico, rovescia ogni schematismo e preconcetto: la vera storia è, per definizione, storia popolare e, di conseguenza, sarebbe ridicolo affidare la narrazione delle tappe più importanti delle vicende inglesi alla voce di singole personalità, per quanto celebri o determinanti. La storia è infatti il prodotto di un popolo che, più o meno consapevolmente, si agita all’interno del recinto di una nazione e trova in essa il pascolo adatto per crescere  e germogliare.
Ai pochi nomi citati – più che ALTRO utili per garantire riferimenti cronologici stabili e chiaramente identificabili – segue un sovvertimento che, rispetto alla classica impostazione storiografica, valorizza soprattutto la quotidianità del vecchio spirito inglese, un approccio che emerge già dalle prime pagine. Il saggio si apre infatti con la conquista romana della Britannia, il primo approdo della civiltà sulla fredda e cupa isola. Al crollo del mondo pagano fa eco il trionfo del cristianesimo che, con il suo spirito indomito di carità e impegno, ha forgiato l’architettura dell’amata merry England, l’Inghilterra felice del Medioevo.
In quel periodo che, approssimativamente, può essere compreso tra la conquista normanna e la Guerra delle due rose, Chesterton individua il germe dell’unità NAZIONALE e di un paese governato rettamente, non tanto dalla persona del sovrano, quanto dall’ordine e dall’armonia generata dalla religione. Non mancano conflitti o parentesi oscure, ma è indubitabile, secondo lo scrittore, che sistemi come le confraternite, le corporazioni e le gilde garantissero una più equa ridistribuzione delle ricchezze – da far invidia al socialismo contemporaneo – e come i più deboli fossero tutelati, rispettati e inseriti appieno nel tessuto sociale.
La merry England è anche l’isola della nobiltà di spada, quei cavalieri patrizi nel sangue e nell’anima che, nei tornei cavallereschi, dimostravano come ai principi – e non, come nell’antica Roma, agli schiavi gladiatori – spettasse il compito di intrattenere il popolo. Nella tipica ironia britannica, ieri come oggi, vi è traccia di UNA serenità che scaturisce dall’innocente ed estemporanea beffa nei confronti di un ORDINE che crea certezza e sicurezza.
Per Chesterton i guai iniziano quando, ai tempi di Riccardo II, la nobiltà comincia a erodere fette di potere al sovrano, costituendo un’oligarchia che, ancora a INIZIO ‘900, perdurava nel tanto vituperato sistema dei partiti e nello “Stato servile” già denunciato da Belloc. A una gerarchia paradossale per cui il re costituisce per l’inglese l’unica speranza di vera democrazia, nel corso dei secoli si è andato a sostituire un corpo estraneo che ha permesso quelle sciagure come l’anglicanesimo, la dittatura puritana e la violenta colonizzazione irlandese che hanno, per così dire, compromesso il sogno del Medioevo.
Rimediare al torto è POSSIBILE, ma prima di rimboccarsi le maniche e passare all’azione è doveroso fare i conti con i fondamenti della storia, «con il suo senso dell’onore familiare, della libertà, della cavalleria che è il fiore della civiltà cristiana». Solo allora, forse, come già una volta fece il grande Re Alfredo, sarà possibile liberare il corpo inglese dallo sgradito ospite.


K CHESTERTON, Una storia d’Inghilterra, Milano, Rubbettino, 2012.

martedì 9 settembre 2014

VITTORIA REFERENDUM SCOZZESE? NON È TUTTO ORO QUELLO CHE LUCCICA



Si dice raramente ma il nuovo stato di Scozia, come ha promesso il "first minister" Alex Salmond, riconoscerà - anche in caso di vittoria al referendum - l'usurpatrice Elisabetta "II" come suo "legittimo sovrano" (?).
Internet abbonda di entusiasti internauti che sognano una liberazione dall'usurpatrice e illegittima, non che penosa,  famiglia Windsor . Molti sono stati i frettolosi   applausi scroscianti per il "Sì", senza considerare che la la cricca borghese coronata non è in discussione dai politicanti scozzesi.
Ovvio: un processo di indipendenza comunque metterebbe a rischio le sorti della caricaturiale monarchia da barzelletta in Scozia ma il tema non riguarda strettamente questo referendum.
Sotto un estratto della scheda delle FAQ sul referendum di YesScotland. Per vedere il resto cliccate sull'immagine:
regina

venerdì 9 maggio 2014

Libro: Elisabetta "la Sanguinaria"

Elisabetta Sala - Ares, Milano 2010, pp. 375, € 20

 
Complice anche un famoso cocktail, il “Bloody Mary”, l’appellativo di sanguinaria è riservato a Maria I Tudor (1516-1558), Regina d’Inghilterra e d’Irlanda per cinque anni, prima che la sua morte spianasse la strada per il trono inglese alla sorellastra Elisabetta, che avrebbe regnato lungamente, fino al 1603.

Già autrice di L’ira del re è morte. Enrico VIII e lo scisma che divise il mondo (Ares, Milano 2008, p. 256, € 16), dedicato alla cronistoria dello scisma anglicano – in cui dimostra come la volontà di staccarsi da Roma fu dovuta ad un puro interesse personale e non certo alla volontà di accontentare i sudditi – Elisabetta Sala torna sul periodo storico di cui è specialista, il Rinascimento inglese. Questa biografia di Elisabetta I ricostruisce l’ambiente storico in cui la regine inglese visse, svelando l’ambiguità e la perfidia che le permisero di mantenere il potere a scapito dei legittimi eredi al trono. Sostenuta da un gruppo di protestanti che vedevano come funesta qualsiasi ipotesi di ritorno al cattolicesimo, tanto da spingere addirittura i turchi ad attaccare la Spagna dal sud pur di mettere in difficoltà Filippo II, Elisabetta non mostrò mai il proprio reale aspetto, ma si finse costantemente come una sovrana leale ma debole, i cui sudditi ribelli attaccavano gli alleati contro la di lei volontà. Tale opera di finzione ottenne il risultato prefissato ed evitò che Francia e Spagna si coalizzassero contro chi fomentava in segreto le ribellioni nelle Fiandre e sosteneva gli ugonotti francesi: gran parte dei dignitari inglesi, infatti, considerava quella protestante come una vera e propria crociata contro “le due membra di Satana”, vale a dire cattolicesimo ed islamismo poste su uno stesso piano. Col protestantesimo giunse la superstizione: se dal 1066 all’allontanamento da Roma erano state registrate solo sei (6) esecuzioni per stregoneria (generalmente connesse a profezie o complotti contro la corona), nella Gran Bretagna di fine ‘500 si scatenò la più vasta caccia alle streghe della storia d’Europa, con migliaia di esecuzioni (il record spetta, va precisato, alla calvinista Scozia, con oltre 4.000 condanne a morte). Sull’altro versante è difficile enumerare le vittime cattoliche: alle centinaia di condanne a morte eseguite andrebbero aggiunte le vittime delle repressioni durate ben oltre il regno di Elisabetta (pensiamo alle stragi di Cromwell).

Ma la propaganda seppe trasformare (e continua a farlo anche ai nostri giorni, basti pensare ai due recenti film “agiografici” di Shekhar Kapur su Elisabetta) una carneficina in una “lotta per la libertà”.
(RC n. 60 - Dicembre 2010).

sabato 25 gennaio 2014

In fuga per la Chiesa: L’ Invincibile Armata di Jan Dobraczynsky

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Prima della restaurazione della gerarchia episcopale, operata da Pio IX nel 1850, l’Inghilterra è stata per lunghi secoli terra di missione. Dalla celeberrima abiura di Enrico VIII, una delle nazioni cardine del medioevo cristiano si trasformò presto, nell’arco di pochi anni, nel baluardo del protestantesimo europeo. Mutarono costumi, stili e condizioni di vita, in un momento oltretutto propizio in cui, grazie alla proverbiale abilità di Elisabetta I, l’Inghilterra si avviava a diventare l’incontrastata regina dei mari con i suoi mercantili, i pirati e le colonie che avrebbero proliferato in ogni angolo del pianeta.
Nel XVI secolo, sotto molti punti di vista, si giocarono le future sorti d’Europa e cambiarono per sempre gli equilibri del continente. Mentre la Francia era attraversata dalle sanguinose lotte tra cattolici e ugonotti, il destino temporale del cattolicesimo pesava sulle gracili spalle di Filippo II. La Spagna infatti, seppur prima potenza mondiale, portava già dentro di sé i segni di un’inesorabile crisi che l’avrebbe costretta, nel giro di pochi decenni, ai margini della grande storia. Al di là del mancato processo di sviluppo economico della penisola iberica, Filippo II era circondato da numerosi e temibili nemici: i Paesi bassi erano in costante subbuglio e gli Ottomani, seppur sconfitti a Lepanto, continuavano a minacciare i possedimenti veneziani nel mediterraneo e non davano speranze circa un possibile affievolimento del loro processo espansionistico.
Nel 1587, a complicare il delicato equilibrio politico, giunse dall’Inghilterra una dolorosa notizia per il “re prudente”: Elisabetta aveva fatto giustiziare Maria Stuarda, regina di Scozia. La misura era colma. Filippo II era pronto a sferrare il suo colpo e mise al lavoro centinaia di uomini per creare una delle flotte più imponenti che sia mai stata allestita con l’obiettivo di vendicare la morte della sovrana cattolica.
In questo scenario storico-epico prende avvio il romanzo L’ Invincibile Armata di Jan Dobraczynsky, noto scrittore cattolico di origini polacche. Sullo sfondo del XVI secolo si narrano le vicende del giovane gesuita inglese, Hugh Palmer, inviato dai superiori in missione, come altri confratelli, nella terra natia per riconquistare le anime a Cristo. Una volta abbandonati gli amati studi a Roma e giunto rocambolescamente a casa, inizia il sue pericoloso compito caratterizzato da abili travestimenti, fughe continue e messe clandestine. L’Inghilterra della sua giovinezza non esiste più: le restrittive leggi promulgate contro i cattolici li costringono alla semi-clandestinità affidandosi, per i sacramenti, ai rari preti che percorrono di nascosto l’isola, forti solo dell’aiuto dei fedeli più devoti e della protezione di Dio. Hugh diventa uno di questi sacerdoti itineranti, come loro costantemente accompagnato nei suoi viaggi dall’ombra della forca, il destino riservato a quelli come lui, “cospiratori papisti al servizio del re di Spagna”.
Dobraczynsky sfugge ad un impostazione a tesi del romanzo storico per lasciare spazio a una serie di punti focali diversi, spesso in contrapposizione tra loro. L’autore si eclissa dietro lo sguardo dei suoi protagonisti, uomini e donne delle più svariate nazioni e dalle diverse idee. Questo fatto si rivela uno dei grandi punti di forza del racconto. La trama diventa vera come gli uomini che vivono in prima persona i grandi sconvolgimenti del 1588, immersi nella propria epoca, costretti a districarsi tra le difficoltà quotidiane e le prospettive esistenziali future.
Anche i cattolici inglesi si mostrano poco compatti davanti alla possibile invasione spagnola. Chi sostiene strenuamente Filippo II è, in realtà, in minoranza rispetto al più ampio gruppo che, nonostante le vessazioni e i pericoli, continua a mostrarsi fedele suddito di Elisabetta, temendo che le mire del sovrano spagnolo siano più che altro politiche ed egoistiche.
Nei suoi viaggi Palmer – vissuto a Roma sin dall’infanzia – incontra un popolo molto diverso da come se l’era immaginato. Aspettava di trovare almeno la metà cattolica del paese pronta alla ribellione, ma così non è. Allo stordimento iniziale si sostituisce, piano piano, una comprensione sempre più profonda dell’animo della sua gente, aiutato in questo dai molti incontri fatti come quello singolarissimo con Shakespeare a cui Dobraczynsky sembra attribuire, con una punta di malizia, simpatie cattoliche. Per Hugh la missione si trasforma così in una grande occasione di crescita e maturazione di cui il finale aperto – scelta rara in un romanzo storico –  lascia intuire futuri sviluppi possibili.
Il pavido e timoroso gesuita delle prime pagine, alla fine, si è trasformato in un cavaliere della Fede. Tutto questo anche se, nel frattempo, naufraga il progetto di Filippo II con buona parte della sua flotta…

 Luca Fumagalli (http://radiospada.org/)

J. DOBRACZYNSKY, L’ Invincibile Armata, Milano, Gribaudi, 2011

martedì 23 luglio 2013

E' nato! E' nato!...E' nato il "borghese coronato"!...



Dopo mesi a tediarci con l'attesa del "Royal baby" (ma a qualcuno fregava davvero?) ,"finalmente" è nato! E allora? E allora , per lo meno , ci risparmieranno dal tormentone 2013 con servizi giornalistici da barzelletta.  Sicuramente , continueranno a parlarne nei prossimi giorni come se non avessimo altra preoccupazione se non quella di sapere se il figlio di una coppia a tutti gli effetti borghese pesa tot chili o ha gli occhi chiari piuttosto che scuri , oppure se l'usurpatrice bisnonna è felice. Gli unici ad interessarsi del teatrino mediatico allestito intorno al "baby borghese" in Italia sono stati gli pseudo monarchici innamorati della vomitevole apparenza di una monarchia decadente nelle istituzioni e nell'etichetta ormai da tre secoli! Al resto della gente , allo stremo a causa della crisi , oppure coloro che sono VERI Monarchici (legittimisti) , non frega niente di un bambino  che è meno "Reale" di quanto non lo sia il sottoscritto.
Che dire dei genitori? Be, William, discendente di una casata corrotta e decadente,  conta meno di zero, ed è  controllato, come l'intera famiglia "reale" inglese, dalla  massoneria che per il momento gli garantisce la successione su un Trono usurpato in quel 1688 dalla cricca protestante; Kate , la tipica figlia dell'alta borghesia inglese , arrivista a tutti i costi, messa dalla furba madre negli ambienti scolastici di William per accaparrarsi uno scettro di cartapesta, è quello che è...una borghese...nulla più...non ha nemmeno l'ombra di nobiltà e classe che si esige da una sedicente "duchessa".
Il povero "baby borghese" in fondo non ha colpe , tranne quella di essere nato in un contesto luccicoso ma assai astratto e retto da compromessi oscuri.
Rammentate che i festeggiamenti che vi fanno vedere in televisione sono solo una goccia nel mare. La società inglese è tanto corrotta dal mal governo che festeggerebbe per qualsiasi cosa, per quanto blasfema essa sia! E Londra non è l'Inghilterra o la Scozia, tenetelo bene a mente! "L'erba del vicino è sembra sempre più verde"...in specie se i media vogliono mostrartela in questo senso.
Non festeggiate troppo , nemmeno per la fine dell'"attesa nascita", perché è incominciata già l'"attesa" per il nome del "baby borghese"... Ma Noi , forti di buon senso e saggezza, non solo non attendiamo l'insignificante nome di un semplice bambino ma gridiamo a gran voce: Viva il legittimo Re  Francesco II d'Inghilterra , Scozia e Irlanda!

Di Redazione A.L.T.A.

mercoledì 17 aprile 2013

Mary Tudor, la Regina cattolica




Enrico VIII aveva tanto desiderato un figlio maschio che gli succedesse al trono e che portasse avanti la nuova dinastia che era stata iniziata da suo padre, Enrico VII. Solo così la stabilità politica sarebbe stata assicurata. Ma quale stabilità può assicurare un re di nove anni? Giacché Enrico morì nel 1547 e, come al solito, i giochi furono fatti dal reggente al trono. Quanto al comitato di reggenza, inutile dire che da subitissimo, prima ancora che il corpo si raffreddasse e che il popolo venisse a sapere della morte del re, erano partiti i colpi bassi tra i suoi membri. Emerse vincitore Edward Seymour, zio materno del piccolo re, che ora si autoproclamò protettore, si accollò un bel titolo ducale e cominciò ad accumulare ricchezze. Il Paese fu lasciato allo sbando da una classe dirigente che pensava esclusivamente ai propri interessi.
 
Eodardo VI e la protestantizzazione dell’Inghilterra
Quanto alla Chiesa, Seymour si avvicinò anche personalmente a Calvino e diede a Thomas Cranmer, arcivescovo di Canterbury, il via libera per un culto veramente “riformato”. Il famoso Libro di preghiera comune, pilastro dell’anglicanesimo, è del 1549. Esso spazzò via gli elementi tradizionali che erano stati preservati dallo scisma di Enrico VIII: via il latino, via il celibato, quasi tutti i sacramenti compresa l’Eucaristia, via la presenza reale di Cristo, via le immagini, le vetrate a mosaico e persino gli altari di pietra delle chiese, sostituite da semplici tavole di legno.
Fu però mantenuta, e permane a tutt’oggi, la gerarchia ecclesiastica, che, in un certo senso, rende l’anglicanesimo la confessione protestante più “simile” al cattolicesimo. Perché? Non certo per comunanza di vedute. Il vero motivo è che, in una Chiesa di Stato, e in una dittatura, vescovi e parroci sono strumenti estremamente utili per divulgare dai pulpiti i dettami governativi, per organizzare una struttura burocratica gerarchica compatta e, non ultimo, per tastare il polso della popolazione e poi riferire ai superiori. E, in quegli anni, il polso era febbricitante; sia per il malgoverno, sia per le continue riforme in campo ecclesiastico. Eloquente è il fatto che, per soffocare nel sangue le gravi ribellioni che scoppiarono, fu necessario assoldare truppe mercenarie tedesche e svizzere.
La protestantizzazione del Paese procedette in quegli anni a tappe forzate: oltre a propinare al popolo le sue Omelie ufficiali, infatti, Cranmer convocò da oltremare predicatori e docenti universitari appartenenti a diverse confessioni anticattoliche (mai in pieno accordo tra loro) e offrì loro prestigiose cariche universitarie. Approfittando della confusione dottrinale, molti furono i seguaci di varie sette ereticali che trovarono rifugio in Inghilterra dalle persecuzioni dei protestanti meno estremi. Giacché il nostro concetto di “tolleranza” era completamente estraneo alla mentalità del tempo, a qualunque schieramento si appartenesse: in Europa, ad esempio, i luterani odiavano insieme calvinisti e zwingliani, ma si univano a loro nel mandare al rogo anabattisti e affini.
Nelle alte sfere edoardiane, intanto, la lotta per il potere non era certo terminata e, al primo segno di debolezza del Protettore, un altro fu lesto a farlo arrestare (e poi decapitare) e a soffiargli il posto. Nel 1551 John Dudley, conte di Warwick, si autoproclamò duca di Northumberland e sostituì Seymour nella direzione del Paese. La politica di protestantizzazione procedette sempre più decisa.
 
La “regina dei nove giorni”
Ma quando, a quindici anni, il re si ammalò, a Northumberland tremarono le vene e i polsi: secondo il testamento di Enrico VIII, infatti, il trono sarebbe dovuto andare alla cattolica Mary, che avrebbe stravolto tutto l’“ordine” costituito e avrebbe mandato a casa, per non dire in prigione, lui e i suoi sicari. Tentò allora una mossa estrema: convinse Edoardo a modificare la linea di successione e a conferire il trono a una sua giovane parente protestante (discendente dalla sorella minore di Enrico VIII), lady Jane Grey, che egli aveva già provveduto a far sposare a suo figlio, Guildford Dudley. Forse spaventato dallo spauracchio papista, anche in vista del giudizio divino che doveva subire a breve, Edoardo firmò dunque un nuovo atto di successione che escludeva entrambe le sorellastre (Mary ed Elizabeth) dal trono. Morì in pace, il 6 luglio 1553, certo di aver fatto il suo dovere di sovrano illuminato.
Lady Jane, la patetica “regina dei nove giorni”, fu solennemente proclamata a Londra; i fidi predicatori regi, Cranmer in testa a tutti, proclamavano intanto l’illegittimità delle due figlie di Enrico VIII bollandole come bastarde.
 
Maria la Cattolica
Mary Tudor, la cattolica figlia di Caterina d’Aragona, alla quale il trono spettava di diritto, stava per essere arrestata da un drappello di soldati e gettata nella Torre. Ella si mosse in fretta: fuggì nel Norfolk, cominciò a radunare seguaci e marciò su Londra. Persino il cattolico Carlo d’Asburgo, Sacro Romano Imperatore e primo cugino della principessa, rifiutò di prendere posizione a favore di una causa che tutti consideravano perduta in partenza. Fu questo, invece, uno dei momenti in cui emerge in modo più chiaro da che parte stesse il cuore del popolo inglese: tutti, compresi i soldati inviati contro di lei, si schierarono a fianco di Mary. L’alleanza di Northumberland e dei suoi si sciolse all’istante come neve al sole. La nuova regina, quella vera, entrò trionfalmente nella città di Londra e fu proclamata senza mietere una sola vittima. 
Guardato da vicino, il regno di Mary smentisce tutte le immagini convenzionali, tutte le etichette affibbiatele dalla storiografia ufficiale. Perché, naturalmente, la storia è scritta dai vincitori e, come tutti sanno, in Inghilterra Mary non vinse. Ma non perché fosse odiata dai suoi sudditi (tutt’altro): solo perché il poco tempo che ebbe a disposizione, cinque anni, bastò appena a iniziare il compito titanico che ella si trovava di fronte, quello di restituire l’Inghilterra alla fede cattolica.
Non appena morta, l’impresa fu fatta naufragare dalla sorella, la quale ebbe invece più di quarant’anni per imporre il suo regime personale. Così Elizabeth Tudor divenne “la buona regina Bess” mentre Mary, ma solo dopo la sua morte, fu etichettata come “sanguinaria”.
 
Un popolo ancora cattolico
Quando salì al trono, nel 1553, era profondamente amata. La gente era con lei perché era la legittima erede, perché era figlia di Caterina e, soprattutto, perché era cattolica. Nonostante la grande confusione dottrinale introdotta da Enrico e Edoardo, infatti, il popolo era rimasto cattolico a grande maggioranza.
Ancor prima che il parlamento avesse il tempo tecnico per abrogare il protestantesimo di Stato, ovunque si tornò a dir Messa in latino e, come per incanto, gli oggetti e libri sacri, le immagini, i paramenti si erano salvati dal furore iconoclasta del regno precedente ricomparvero nelle chiese. I protestanti inorridirono. I più intolleranti e benestanti, circa 800, si prepararono a lasciare il reame, non per paura ma per sfuggire all’inquinamento della religione. Sono i famosi “esuli mariani”. Poi, dall’estero, cominciarono a tramare per spodestare la regina papista e a sobillare i correligionari rimasti in patria.
 
Maria e Reginald Pole
Mary si trovava in una posizione difficilissima: il Paese era sull’orlo della bancarotta, i ministri più competenti (ereditati dal regno del fratello) erano anche i meno fedeli, il protestantesimo calato dall’alto aveva confuso molti. Che fare? La prima mossa fu quella di concedere, per il momento, la libertà religiosa; nel frattempo il parlamento avrebbe stabilito il da farsi.
Altra urgenza era quella di trovare un adeguato sostegno nel matrimonio giusto. E qui si scatenarono le fazioni. L’Imperatore, il suo primo cugino Carlo V d’Asburgo, offrì alla nuova regina il proprio figlio, il principe Filippo di Spagna. Mary avrebbe voluto farsi consigliare, in una scelta tanto importante, dall’uomo che più stimava al mondo; Carlo, però, si assicurò che quell’uomo giungesse in Inghilterra, dall’Italia, solo a matrimonio concluso. Parliamo del cardinal Reginald Pole, esule enriciano e figlio di santa Margaret di Salisbury.
Giunto che fu in patria, Pole fu consacrato arcivescovo di Canterbury e riconciliò ufficialmente l’Inghilterra con Roma. Il dissenso protestante si espresse attraverso diverse ribellioni, per lo più fomentate o appoggiate nientemeno che dal cattolico Re di Francia, che vedeva in Mary una pedina spagnola. I ribelli furono trattati con una clemenza fino ad allora assolutamente inaudita.
Subito Pole procedette a un grande progetto di rievangelizzazione dei semplici, inviando predicatori, incoraggiando opere catechetiche e devozionali appositamente pensate per l’Inghilterra in quel periodo specifico. Anche la liturgia fu particolarmente curata e la gente rispose in massa. Dall’Italia, dove aveva partecipato ad alcune sessioni del Concilio di Trento, Pole portava venti di novità: diversamente da quanto solitamente si afferma, dunque, non era affatto il vecchio cattolicesimo medievale che Mary volle ora riproporre, ma quello vivo della Riforma cattolica. Non volle riportare indietro l’orologio: volle sintonizzarlo con quello romano.
Una delle novità introdotte da Pole addirittura precedette l’Italia, in quanto egli applicò i decreti tridentini per istituire seminari. Anche qui, la reazione della gente non si fece attendere: ci fu tutto un fermento, tutto un rifiorire, non solo di vocazioni religiose ma anche di iscrizioni universitarie, che nel regno precedente erano colate a picco.
 
Una luce storica sui roghi mariani
La legge sull’eresia divenne attiva all’inizio del 1555, nel secondo anno di regno, perché i cosiddetti eretici erano innanzitutto implacabili avversari politici che puntavano al regicidio per riportare l’Inghilterra alla vera religione.
Tra i nobili e i vescovi, quelli che erano stati i cattolici apostati che, diversamente da Mary, si erano piegati come fuscelli sotto Enrico ed Edoardo vollero ora dimostrarle il loro ritrovato ardore, la loro ormai incrollabile ortodossia; fu anche per questo che partirono i roghi. E qui il discorso si fa complesso.
Innanzitutto l’unica autorità in materia, l’unico “documento” che li attesta con precisione, non è l’opera di uno storico bensì di John Foxe, un fervoroso apologeta protestante che ai tempi della persecuzione mariana non era nemmeno in Inghilterra. Fu Foxe a coniare l’epiteto “Bloody”, sanguinaria, maledetta, non solo per Mary ma anche per tutti i suoi collaboratori. Nel suo celebre Book of Martyrs egli enumera ben 273 vittime, tutti poveri agnelli innocenti. Diversi storici del nostro tempo hanno però dimostrato come egli avesse gonfiato le cifre; anche gli apologeti cattolici a lui contemporanei lo accusarono di aver falsificato i dati. Gli atti dei processi, che egli disse di aver consultato, erano malauguratamente già andati perduti.
I roghi, quanti che fossero, rimangono comunque un fatto storico e non si possono certo negare né difendere. Però si possono, anzi, si devono collocare nel loro giusto contesto. Tanto per cominciare, le condanne alla pena capitale per reati comuni erano in quei luoghi e in quei tempi talmente frequenti e diffuse che essi non andarono a incidere che minimamente sulle esecuzioni annuali, che per tutto il Cinquecento furono circa 800 l’anno e (fino al Settecento) si applicarono anche a reati minori quali il piccolo furto; né i condannati a vari misfatti smisero di essere arsi dopo la morte di Mary. Furono certo ingiusti, ma non crearono scalpore. Non prima di Foxe, almeno.
Il Book of Martyrs dedica più di 800 pagine (su 1.300 che partono dalle origini del cristianesimo) a sole 17 vittime: a quelli, cioè, che furono certamente i martiri più famosi e, secondo Foxe, più santi, Thomas Cranmer in testa a tutti. Ma essi erano in realtà anche i peggiori nemici politici della regina, quelli che avevano continuato a tramare contro di lei e a insultarla in quanto illegittima, e sarebbero stati comunque condannati a morte per alto tradimento.
È vero che la pena del rogo fu riservata anche a numerosi popolani che, rigorosamente parlando, nel resto d’Europa non sarebbero stati perseguibili per eresia in quanto non sufficientemente informati. Ma in diversi casi, purtroppo, intervennero l’ordinaria crudeltà umana e il desiderio di rivalsa.
È brutto dirlo, ma i roghi ebbero luogo anche perché la gente non li disapprovava; al contrario, li incoraggiava e persino, a volte, li strumentalizzava per regolare vecchi conti in sospeso e per vendicare alcuni dei torti subiti sotto Edoardo. Non mancano casi di persone assolte dal tribunale ma riarrestate a richiesta popolare.
Ma c’è un lato ancora peggiore della vendetta privata: quello del puro opportunismo. Da una parte, infatti, come si è accennato, numerose condanne furono una dimostrazione di zelo da parte di vescovi che si erano macchiati di apostasia e volevano ora dimostrare la propria ortodossia alla regina e al suo consorte, il principe spagnolo Filippo d’Asburgo; in questo modo, i martiri protestanti erano mandati al rogo da coloro che fino a pochissimi anni prima li avevano portati fuori strada, predicando che il Papa era l’anticristo, e ora avevano ritrattato dichiarando di essersi leggermente sbagliati.
Dall’altra, non furono pochi coloro che, appartenenti ai ceti medio-bassi, furono mandati a morire proprio dai propri dotti correligionari, i quali, dal loro comodo esilio, li spingevano a resistere fino al martirio in nome delle vera fede. Diversi dei martiri erano fanatici che insistettero deliberatamente nel bestemmiare il Santissimo Sacramento anche dopo essere dapprima stati graziati. La vulgata ufficiale dimentica inoltre che la maggior parte dei processi si concluse in realtà con l’assoluzione, non con la condanna.
Nell’ultimo anno del regno di Mary, il 1558, sia i persecutori che i perseguitati divennero meno intransigenti. Nel frattempo il programma di rieducazione del popolo organizzato da Pole procedeva a gonfie vele. L’élite protestante, in Patria e oltremare, era disperata e invocava il regicidio come unico rimedio. Senonché a questo punto, commenta un famoso storico, «Mary commise il suo unico errore grave, anzi, fatale: morì». Alla fine del 1558, nello stesso giorno in cui moriva anche il cardinal Pole. E il trono andò alla sua protestante sorella. Ma qui comincia un’altra storia, quella di Elisabetta I Tudor.

Elisabetta Sala


Fonte:

http://www.ilgiudiziocattolico.com/

lunedì 25 marzo 2013

L'odissea degli Stuart: Enrico IX d'Inghilterra




 

Circle of Anton Raphael Mengs, Henry Benedict Maria Clement Stuart, Cardinal York (ca 1750) -002.jpg
Introduzione

Enrico IX Stuart, conosciuto anche come Enrico Benedetto Stuart  (Roma, 6 marzo 1725Roma, 13 luglio 1807) fu il quarto pretendente legittimo (della linea cattolica degli Stuart), al Trono di Inghilterra, Scozia e Irlanda: ebbe il titolo di Duca di York e, alla morte del fratello Carlo III , assunse il nome di Enrico IX d'Inghilterra e I di Scozia.





 
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 Stemma personale di Enrico IX Stuart che riporta il motto:
 
 
 
 
 
Biografia


I primi anni :



Enrico Benedetto Stuart nacque il 6 marzo 1725 a Roma, presso Palazzo Muti (oggi palazzo Balestra). Egli era il figlio minore di Giacomo III  Stuart, figlio di Giacomo II d'Inghilterra e noto come il Vecchio Pretendente, e di Maria Clementina Sobieski, nipote di Giovanni III Sobieski, re di Polonia. Ancora infante, fu battezzato secondo il rito cattolico da papa Benedetto XIII nella cappella di Palazzo Muti e ricevette i nomi di Enrico Benedetto Tommaso Edoardo Maria Clemente Francesco Saverio. Dalla nascita, per legittimità , gli vennero imposti i titoli di Principe d'Inghilterra, Scozia, Francia e Irlanda. Suo fratello maggiore era Carlo Edoardo Stuart, futuro Carlo III d'Inghilterra e conosciuto anche col soprannome di Bonnie Prince Charlie o il Giovane Pretendente. Per parte di madre era imparentato col cardinale Jan Aleksander Lipski.
Egli trascorse la propria infanzia presso il palazzo del padre a Roma, trasferendosi occasionalmente ad Albano ed a Bologna ove venne educato.
Nell'ottobre del 1745 si recò a Parigi per ricercare sostegno alla campagna del fratello, il Principe Carlo, per restaurare il legittimo Re, loro padre, sul trono di Gran Bretagna. Egli ottenne dal Regno di Francia truppe, artiglieria e navi per raggiungere tale scopo anche se per problemi tecnici né Enrico né le truppe francesi raggiunsero mai la Scozia in supporto all'insurrezione legittimista scoppiata in quell'anno e questo portò a una conflittualità tra Enrico ed il fratello che permase negli anni. Nel maggio e nel giugno del 1746 il Duca Enrico partecipò nel suo unico servizio militare presso l'Assedio di Antwerp. Nell'ottobre successivo, egli fece ritorno a Clichy presso Parigi dove si ricongiunse poco dopo al fratello. Nel giugno del 1747 Papa Benedetto XIV annunciò la sua intenzione di elevare il Duca Enrico Stuart al ruolo di cardinale di Santa Romana Chiesa ed egli ricevette la tonsura clericale direttamente dal pontefice nella Cappella Sistina il 30 giugno 1747.


Il cardinalato :



Creato cardinale diacono nel concistorio del 3 luglio 1747, Enrico ricevette la berretta cardinalizia l'8 luglio di quello stesso anno per poi ricevere la diaconia di Santa Maria in Portico Campitelli dal 31 luglio. Subito gli venne garantita la dispensa papale per ricoprire il ruolo di cardinale senza aver ricevuto né il suddiaconato né il diaconato il 27 agosto 1747, il 17 agosto dell'anno successivo ottenne gli ordini minori ed il suddiaconato da papa Benedetto XIV unitamente al diaconato ricevuto il 25 agosto di quello stesso anno.
Il 1º settembre 1748, Enrico Benedetto Stuart ricevette l'ordinazione sacerdotale da Papa Benedetto XIV nella Basilica dei Santi XII Apostoli a Roma ed optò dunque per l'ordine dei cardinali presbiteri e la sua diaconia venne elevata pro illa vice a tale titolo il 16 settembre 1748. Arciprete della Basilica di San Pietro in Vaticano e prefetto della Sacra Congregazione della Veneranda Fabbrica di San Pietro, divenne contestualmente protettore dell'ordine dei Cartusiani l'8 novembre 1751. Il 18 dicembre 1752 optò per il titolo presbiteriale dei Santi XII Apostoli mantenendo in commendam il titolo di Santa Maria in Portico Campitelli. Nominato Camerlengo del Sacro Collegio dei Cardinali dal 13 marzo 1758, rimase in tale carica sino al 28 gennaio 1760. Partecipò quindi al conclave del 1758 che elesse a pontefice Clemente XIII.


L'episcopato:

Eletto arcivescovo titolare di Corinto il 2 ottobre 1758, Enrico Benedetto Stuart venne consacrato vescovo il 19 novembre di quell'anno nella Basilica dei Santi XII Apostoli a Roma dal nuovo Papa Clemente XIII, assistito dal cardinale Giovanni Antonio Guadagni, vescovo di Porto e Santa Rufina, e dal cardinale Francesco Borghese, vescovo di Albano. Il Duca di York optò dunque per il titolo di Santa Maria in Trastevere, mantenendosi in commendam il titolo dei Santi XII Apostoli dal 12 febbraio 1759. Prescelse dunque di passare all'ordine dei cardinali-vescovi e optò per la sede suburbicaria di Frascati dal 13 luglio 1759. Vice cancelliere di Santa Romana Chiesa dal 24 gennaio 1763, rimase in carica sino alla sua morte. Ricevette quindi in commendam il titolo di San Lorenzo in Damaso (in quanto pertinenza del Vice cancelliere) il giorno della sua nomina e partecipò poi al conclave del 1769 che elesse a pontefice Clemente XIV. Prese parte nuovamente al conclave del 1775 ove venne eletto Papa Pio VI. Nel 1788, alla morte del fratello, venne proclamato legittimo Re con il nome di Enrico IX, Re in esilio di Gran Bretagna, Francia e Irlanda. Nominato protettore dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini il 9 luglio 1793, nel 1798 durante l'invasione di Roma da parte delle truppe bonapartiste, contribuì decisamente ad evitare che la città venisse saccheggiata pagando a proprie spese un "riscatto" per Roma. Prese parte al conclave del 1799-1800 che elesse Papa Pio VII ed optò dal 26 settembre 1803 di passare alla sede suburbicaria di Ostia e Velletri. Decano del Sacro Collegio dei Cardinali, prescelse di continuare a risiedere al palazzo episcopale di Frascati.

Gli ultimi anni :



Enrico IX Stuart morì il 13 luglio 1807 al palazzo episcopale della sede di Frascati. La sua salma venne esposta nella chiesa di Sant'Andrea della Valle a Roma ove ebbero luogo anche i funerali e venne sepolto invece accanto al padre , Giacomo III ,  ed al fratello, Carlo III, nella tomba della famiglia Stuart presente nelle Grotte vaticane. Attualmente le tre salme si trovano in una tomba di granito rosso sovrastata dalla Corona Reale Inglese stranamente commissionata dal discendente degli usurpatori, il massone "re" Giorgio "VI" del Regno Unito nel 1939. Un suo monumento commemorativo realizzato da Antonio Canova, si trova oggi nella Basilica di San Pietro.
La durata del suo cardinalato (60 anni) fu sicuramente una delle più lunghe nella storia della Chiesa Cattolica e l'ultimo a morire dei cardinali nominati da Benedetto XIV.
Con il suo testamento stabilì che i suoi legittimi diritti ai troni di Inghilterra, Irlanda e di Scozia passassero al suo parente più prossimo: Carlo Emanuele IV, Re di Sardegna, che fu riconosciuto dai legittimisti come Re col nome di  Carlo IV d'Inghilterra .
Le memorie dell'epoca lo ricordano come uomo molto munifico, generoso e prodigo con gli altri.
Con la morte di Enrico IX  finiva l'"odissea degli Stuart" iniziata con Giacomo I,  ma non finiva la legittimità sui troni Inghilterra, Irlanda e di Scozia incarnata nei discendenti nominati da Enrico IX  stesso nel suo testamento.


 

Fonte:

  • Dati riportati su www.catholic-hierarchy.org alla pagina [1].
  • Enrico Stuart Cardinale Duca di York (ed. Associazione Tuscolana "Amici di Frascati", 1982) di Pietro Bindelli.
  • La Biblioteca del Cardinale ed. Gangemi Editore spa - 2008 ISBN 978-88-492-1582-3
  • http://www.jacobite.ca/

  • Scritto da:

    Redazione A.L.T.A.