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lunedì 30 novembre 2015

La mala condotta di un pazzoide: Savonarola raccontato da Baron Corvo

 
Tra le pagine delle “Cronache di casa Borgia” (1901), Frederick Rolfe, in arte Baron Corvo, traccia con abile maestria ed erudizione la triste storia di fra Girolamo Savonarola. Nell’affrontare la parabola umana e politica del celebre domenicano che osò ribellarsi al Papa, lo scrittore inglese accantona il freddo dato storico per lasciare spazio a una descrizione vivace e frizzante, mossa principalmente dall’amore per la verità cattolica.
Lievi e non sostanziali modifiche sono state apportate al testo originale con la scopo di cucire in un articolo omogeneo diversi brani che, nella più recente edizione italiana delle “Cronache”, risultano sparsi su diverse pagine (cfr. Castelvecchi, 2014, pp.117-142).
 
Nel 1493 Firenze, capitale di Toscana e di vecchia data amica della Francia, era in una situazione critica. Lorenzo de’ Medici era morto da poco e gli era successo il figlio Piero. Il grande Lorenzo era stato indotto dal suo genio a mascherare il proprio potere, ma quando lo scettro cadde nelle sue giovani mani inesperte, Piero dimenticò il consiglio paterno.
Quando il re di Francia cominciò a interferire nella politica italiana, Piero de’ Medici e Firenze, legati al Regno, declinarono l’offerta di un’alleanza francese. Il Re cristianissimo replicò bandendo i mercanti fiorentini dalla Francia e ciò diede occasione ai nemici di imprecare sui mali della tirannide e sui vantaggi della repubblica.
Girolamo Savonarola, frate della Religione di San Domenico, diventò un personaggio eminente in questo frangente. Ecclesiasticamente soggetto alla Congregazione domenicana di Lombardia, egli si indusse a desiderare l’indipendenza e una base a Firenze. Il 22 maggio la bolla di separazione fu emessa da Alessandro VI. Fra Girolamo Savonarola passò così alla nuova congregazione toscana, fu eletto priore di San Marco e vicario generale e divenne signore assoluto dei domenicani di Firenze, soggetto soltanto al generale dell’ordine e al pontefice, a Roma.
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Era un uomo sinceramente pio, di dura tempra ascetica e molto autoritario. Rifiutava qualsiasi compromesso; voleva che si servisse interamente Dio, e non tollerava patteggiamenti con Mammona. Sputava sul mondo e lo sfidava. Bruciava ogni leggiadro oggetto mondano.
Nel frattempo Firenze era turbata dall’attesa dell’invasione francese, che, diceva fra Girolamo – nel frattempo diventato un noto predicatore – era il Flagello di Dio per la purificazione della Chiesa. Aveva delle visioni e le esprimeva in parabole. Il successo, il potere crescente, producevano in lui un effetto come di ebbrezza. Tornò sul pulpito di San Marco e tuonò come un profeta, come un veggente; non più parole sue, adesso, ma “Così diceva il Signore”. Vantava l’afflato divino, l’Ispirazione. Umanamente parlando, era uscito di senno.
L’eccitazione di Firenze diventò frenesia. «Ecco» declamava tremendo fra Girolamo, «ecco io porto le acque del diluvio sulla terra!». E nel 1494 l’esercito francese entrò in Italia.
A seguito della vergognosa resa di Piero a Carlo VIII, Firenze tumultuò costringendo i Medici alla fuga. I fiorentini si diedero allora a spogliare Palazzo Medici, saccheggiando la sua inestimabile biblioteca di manoscritti.
Questa rivolta era opera di fra Girolamo Savonarola. Il frate domenicano aveva risvegliato in Firenze quelle aspirazioni morali che i Medici avevano sopito e atrofizzato; e gli spregevoli errori di Piero avevano portato l’esasperazione all’estremo. La neocostituita Repubblica collocò la statua della Giuditta di Donatello, con la testa di Oloferne, su un piedistallo davanti a Palazzo Vecchio, con la seguente iscrizione a monito dei despoti: EXEMPLUM SALUTIS PUBLICAE CIVES POSUERE MCCCCXCV.
Mentre Carlo VIII, qualche tempo dopo, veniva costretto a una fuga precipitosa dalla lega antifrancese appoggiata dal Papa, raggiungendo la Francia con le sue forze avvilite e in disordine, a Firenze fra Girolamo non cessava di adoperarsi a favore del Re cristianissimo. Dal pulpito del pastore egli era passato al podio del politico.
Alessandro VI lo convocò con un breve benevolo e paterno a Roma; dicendo che voleva ascoltarlo personalmente, e conferire con lui sui metodi da lui propugnati. Se la condotta successiva di Rodrigo Borgia merita di essere detta male avvisata, non è a lui che bisogna farne colpa, ma a fra Girolamo Savonarola, che con incongrui pretesti eluse la convocazione e persistette nelle sue proditorie macchinazioni contro la pace del suo Paese, in sfida alla legge e in spregio ai poteri costituiti.
Da Roma partì un ordine che gli vietava di predicare in pubblico e sottoponeva nuovamente il convento di San Marco al governo della congregazione lombarda. Allora fra Girolamo professò pronta obbedienza al Papa; ma pregò che fosse mantenuta l’indipendenza del suo convento. Man mano il frate tessé intrighi con Ferrara, e guadagnò dalla sua e coltivò molti fiorentini influenti; finché la Signoria fece propria la sua causa e si appellò formalmente a Roma perché fosse annullato il divieto di predicazione.
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Nonostante questo, quel frate incontinente predicò un quaresimale difendendosi, denunciando violentemente Roma, attribuendole come suoi particolari vizi diffusi ovunque. Era in aperta rivolta, non contro la fede cattolica, ma contro le leggi del suo Paese e contro la Regola della Religione di San Domenico a cui volontariamente aveva giurato fedeltà. Per facilitargli le cose, Sua Santità propose di istituire una nuova Congregazione domenicana a cui egli poteva essere disposto a obbedire, sotto il Cardinale Carafa che già aveva dato prove di simpatia per il frate. Ma Girolamo rifiutò, intrattabile, di ascoltare; e bisogna dire che il tono minaccioso e violento con cui egli attaccava i superiori fu un amaro contrasto con la pazienza e la moderazione mostrategli da Alessandro VI, e questo – si noti – nonostante la vergognosa stravaganza e infedeltà del domenicano.
Nel 1497, dopo oltre quattro anni di tolleranza, mentre i partigiani di Savonarola disonoravano la Toscana Città del giglio, il frate venne scomunicato.
Il contegno di Savonarola verso la sentenza di scomunica lanciata contro di lui si dimostrò incorreggibile. Nel giorno di Natale egli cantò tre messe solenni a San Marco e annunciò la ripresa dei suoi frenetici discorsi. La chiave della mala condotta di questo pazzoide sta nella sua fisionomia, di stampo fra umano e animalesco. Il posto adatto per lui non era il convento di san Marco a Firenze, ma l’ospedale di Santo Spirito a Roma, dove erano ricoverati i schizofrenici.
Il 1498 fu inaugurato da una fiera predicazione del frate in difesa della propria disobbedienza al divieto e alla sentenza di scomunica; e assalendo freneticamente il clero romano, contrapposto al toscano.
Da diversi anni fra Savonarola predicava il dovere e l’obbedienza, e non voleva praticarla. Era affatto insensibile alla molta benignità dimostratagli; e aveva risposto elusivo o insolente a tutte le offerte di pace. Egli era dopotutto un uomo soggetto a un’autorità, un’autorità a cui aveva volontariamente votato, e poi rifiutato, sottomissione, pur ammettendo il diritto di tale autorità di pretenderla: una posizione anomala, illogica, scandalosa; la posizione di un pazzo.
Papa Alessandro VI diresse un breve ingiungente di cessare ogni appoggio al frate scomunicato; minacciando Firenze d’interdetto, ma offrendo allo stesso tempo di assolvere il figlio ribelle di San Domenico. Qui fra Girolamo commise il suo peccato finale. Intonò il vieto appello alle potenze europee per la convocazione di un Concilio generale; e raddoppiò i suoi intrighi proditori col cristianissimo Re Carlo VIII, portando al culmine l’esasperazione di Papa Alessandro VI.
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Le cose precipitarono. Sfidando i comandi del suo superiore riconosciuto, il pontefice, e così pure le ingiunzioni della Signoria, il frate cadde in discredito e la sua influenza su Firenze andò svanendo. Il frate, ora circondato da accusatori, replicò domandando la prova del fuoco: offrendosi di camminare in una fornace ardente con uno dei tanti che lo avversavano. Quello dei due che uscisse indenne dalla prova sarebbe stato ritenuto innocente, e sotto la speciale protezione di Dio. Fra Francesco di Puglia, minorita, accettò la sfida. Disse di sapere che entrambi sarebbero morti bruciati; ma era meglio questi anziché permettere che un eresiarca fosse libero di persistere nei suoi tradimenti verso la Chiesa. Girolamo cercò una scappatoia e rifiutò.
La misura era ormai colma: il popolo si sollevò e catturò il frate che nel frattempo aveva cercato rifugio tra le mura di San Marco. Dopo che furono giunti i commissari da Roma, Savonarola fu sottoposto a processo e condannato all’impiccagione, con bruciamento del corpo dopo la morte. All’ultimo momento, per comando espresso del Papa, fu offerta al condannato l’indulgenza plenaria in articulo mortis, con liberazione di tutte le censure canoniche e scomuniche. Fu accettata con gratitudine; e il prigioniero subì la punizione per i suoi delitti.
 
a cura di Luca Fumagalli

venerdì 16 ottobre 2015

‘Qualcuno li vuol giudicare?’ Baron Corvo racconta i Borgia

 
 
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«L’autore non scrive col semplice intento di “riabilitare” la famiglia Borgia; essendo presentemente la sua opinione che tutti gli uomini son vili al di là dell’esprimibile in parole».
(F. ROLFE, Cronache di casa Borgia)
di Luca Fumagalli
Quando si termina la lettura delle Cronache di casa Borgia si è sopraffatti dalla triste sensazione di essere giunti alla fine di un viaggio emozionante. È come se quel mondo rinascimentale così sapientemente evocato dalla penna di Frederick Rolfe crollasse improvvisamente, rivelando la sua natura di colto artificio. Ma chi si è avventurato con passione tra le pagine di un saggio storico così profondo e arguto non resta con l’amaro in bocca; al contrario, il suo cuore è attraversato da una vaga nostalgia, dal desiderio di poter vivere veramente − fosse anche solo per una manciata di minuti − quegli incredibili anni, tra il 1455 e il 1572, in cui i Borgia balzarono sul piedistallo della fama.
Due papi e un santo in poco più di un secolo sono le perle più brillanti che decorano la corona di una famiglia che annoverò figli illustri anche nelle epoche successive, come il cardinale Stefano Borgia, pregevole figura di ecclesiastico erudito, morto nel 1804 dopo essere stato a un passo dal soglio petrino. Spagnoli d’origine e italiani d’adozione, i de Borja, come il toro rosso che campeggia sullo stemma della casata, furono una singolare sintesi di mansuetudine e virulenza. Spesso sorpresi a brucare l’erba con sguardo sognante, si dimostrarono altrettanto efficaci nel trafiggere gli avversari con clamorose incornate. Questi episodi contribuirono ad alimentare quella “leggenda nera” che iniziò a circolare durante il pontificato di Alessandro VI e che ancora oggi fornisce ampio materiale per le sceneggiature di serie televisive di successo.
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Le ragioni per cui Rolfe pubblicò nel 1901 il fortunato lavoro sono da ricercare principalmente nella tormentata biografia dell’autore. Il Baron Corvo della letteratura inglese, eccentrica sintesi di cattolicesimo ed estetismo, condusse la sua breve e triste esistenza tra le laceranti contraddizioni della carne e dello spirito. La fervente devozione, alimentata da una conversione sincera, si scontrò frequentemente con i limiti di un uomo la cui vita disordinata terminò prematuramente tra i vicoli angusti della Venezia di inizio ‘900. Questo “angelo decaduto” dovette registrare una certa somiglianza tra l’infame nomea dei Borgia e il proprio onore perduto, divelto nel corso degli anni a colpi di inganni, bugie e tradimenti. Assolvere in tutto o in parte i delitti della celebre famiglia spagnola significava, in qualche misura, compiere un’opera di autoassoluzione. Ma l’esito, lontano dallo stereotipo, è un libro singolarmente brillante che unisce al rigore dello storico la frizzante vivacità di un romanziere consumato. Rolfe non cade nella trappola dell’equazione umana, quella tendenza perniciosa che porta a confondere l’oggettività della documentazione scientifica con le passioni personali dello studioso. Confeziona invece un testo fresco, brillante, che muove dalla consapevolezza che l’umanità è un impasto di miseria e grandezza, e che anche la verità per quanto riguarda i Borgia doveva trovarsi a metà strada tra la rettitudine e le copiose accuse di dissolutezza.
La serietà del lavoro di ricerca che impegnò Rolfe per diversi mesi è attestata dal primo biografo dello scrittore inglese, A. J. A. Symons, che nel suo divertente libro, oltre a dedicare un intero capitolo alle Cronache, cita diverse epistole dove Baron Corvo si lamenta con l’editore per le diciotto ore giornaliere di lavoro e per le lunghe sedute di studio trascorse tra gli insalubri e impolverati scaffali del British Museum. Il successo di pubblico e critica, che elogiò parimenti lo stile e l’erudizione dello studio, sono un’ulteriore testimonianza della bontà di un’opera che, nonostante il riscontro positivo in termini di vendite, non risollevò il proprio autore dalle misere condizioni in cui versava.
La storia dei Borgia muove i primi e timidi passi nel Rinascimento, a pochi anni dall’esaurimento del grande Scisma d’Occidente. Rolfe, nel suo dichiarato intento di restituire un’immagine viva e dinamica del passato, dipinge con singolare maestria i fasti di un’epoca che lui stesso amava, e a cui, in qualche misura, si sentiva idealmente di appartenere. Lo sviluppo della letteratura e delle arti, l’invasione islamica, l’invenzione della stampa e le grandi scoperte geografiche fanno dunque da sfondo alle vicende biografiche di Callisto III e di Alessandro VI, narrate con fugaci pennellate, alla maniera impressionista, ma sature dell’aroma onirico di un tempo ormai perduto. Alle descrizioni, sontuosamente decadenti nel gusto per lo stupore e abbellite da un lessico prezioso e ricercato, si accompagnano innumerevoli digressioni che, oltre a restituire tridimensionalità alla narrazione, fungono anche da parentesi personalissime in cui l’autore si abbandona ad approfondimenti e giudizi. A invettive contro la parzialità degli storici e dei cronisti, seguono slanci esaltanti che elogiano le virtù del papato o lo splendore artistico e intellettuale dell’Italia rinascimentale. Non mancano poi impietosi confronti con la grigia attualità del ‘900: «È così facile per il XX secolo, col suo fisico logoro e il suo raffinato cervello, e la grandiosa prospettiva di mezzo millennio, capire i motivi che muovevano il XV, fisicamente forte e intellettualmente semplice, quando il mondo […] era più giovane e fresco di cinque secoli; quando il colore era vivido, la luce una vampa, virtù e vizi spinti all’estremo, la passione primitiva e ardente, la vita violenta, la giovinezza intensa e sovrana; e la mediocrità rispettabile, sentenziosa e pedante, esangue e senile non contava né punto né poco».
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Rolfe si considerava un contemporaneo di Cellini e soffriva di una nostalgia del passato del tutto peculiare che, almeno dal punto di vista della ricerca storica, fu la sua salvezza. Da innamorato, come un cavaliere errante, si prodigò in ogni modo per sconfiggere i tanti luoghi comuni legati ai Borgia, una casata verso cui provava un’inconfessabile ammirazione. Pur affermando di non voler lavare le loro colpe, l’autore rifiuta la condanna esplicita e, lungo le pagine del suo lavoro, affastella con spregiudicatezza elaborate inferenze e documenti inediti che, nell’insieme, compongono un mosaico mai così profondo e complesso. Non si tratta di indulgenza d’accatto quanto di ribaltare una prospettiva distorta e falsificata per troppo tempo. Un esempio di questo atteggiamento è il brillante capitolo dedicato alla “leggenda del veleno” dove Rolfe dimostra oltre ogni ragionevole dubbio l’infondatezza delle accuse sull’utilizzo della Cantarella come strumento d’omicidio politico, un’illazione che anche Dumas aveva contribuito a diffondere.
È così che Rodrigo Borgia, a dispetto delle manovre politiche e dei suoi molti bastardi, appare come «un uomo forte, la cui sola colpa era di non nascondere nessuna delle sue debolezze», e che «aveva saputo far sentire ai malfattori la frusta che, come Osiride, maneggiava insieme al pastorale». Cesare diventa un uomo di stato la cui giustizia e l’infaticabile energia mostrano tratti sovrumani. A lui si deve soprattutto il rafforzamento dello stato pontificio che, durante gli anni precedenti, caratterizzati da malgoverno e lotte intestine tra famiglie rivali, era caduto vittima del particolarismo dei vassalli. La sua opera di sistematica riconquista fu determinante per preservare quel patrimonio petrino che durò pressoché inalterato fino al 1870. Quanto a Lucrezia, era «una perla fra le donne» che «si era guadagnata grande fama per la sua bontà verso le ragazze da marito alle quali regalava la dote per invogliarle a restar pure col miraggio di un buon matrimonio».
Ma questo sagace affresco non sarebbe compiuto se qua e là nel testo non affiorassero brevi testimonianze del sincero affetto che legava l’autore alla Chiesa e alla dottrina cattolica. Sempre schierato dalla parte della Roma papale, Rolfe spende non poche parole di biasimo per il sovversivo Savonarola e per l’arroganza di numerosi sovrani che, come Carlo V, osarono minacciare il pontefice con i loro eserciti. Nonostante sia circondata da molti nemici che si arrabattano nel fango del mondo, la cattolicità illumina la via ai suoi figli, sempre disposta a perdonarli e ad abbracciarli con il tenero affetto di una madre. È la Chiesa dei santi e dei peccatori, è quell’istituzione che, nonostante le bassezze dell’umanità, dura da millenni e che continua a essere un punto di riferimento insostituibile per centinaia di migliaia di uomini e donne sparsi in ogni angolo della terra.
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Ecco che allora anche l’epopea dei Borgia si colora di una tinta inedita e appare come un’ulteriore testimonianza della provvidenzialità divina che anima la storia. Del resto, come sottolinea Baron Corvo, ogni speculazione umana a tal proposito risulterebbe nulla più che vuota fraseologia: «Qualcuno li vuol giudicare? Papi, e Re, e amanti, e uomini d’intelletto, e uomini di guerra, non possono essere giudicati col codice ristretto, col metro ottuso del giornalista e dell’affittacamere, dello stagnino e del bottegaio. Un proposito così indecentemente iniquo non può nascere se non in chi speri di guadagnare al paragone».
Il libro: F. ROLFE, Cronache di casa Borgia, Roma, Castelvecchi, 2014, pp. 331.

mercoledì 16 settembre 2015

[QUESTIONE EBRAICA] Piergiorgio Seveso introduce ‘Pensieri teologicamente scorretti” di P. Vassallo

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Mentre scorrevamo le pagine, ricche e molto dotte, scritte in un italiano corposo e ubertoso, di questo interessantissimo saggio di Piero Vassallo, una parola montava, imperiosa e prorompente, arcana e terribile, alle labbra della nostra mente: Deicidio.
In un mondo come quello che ci circonda e ci assedia, sostanziato dal totalitarismo liberale, le parole “proibite” sono tantissime, ogni giorno aumentano di numero e se ne fanno ormai lemmari e lezionari (para)liturgici, le si trascrive in codici pubblici e privati, in nuovi manuali di comportamento e di comunicazione.
Tra queste spicca certamente la parola “Deicidio”.
Se è vero che non si può uccidere Dio, si può però tentare di ucciderlo.
Questo è il tragico paradosso dell’evento storico che si è concretizzato in due processi, uno religioso presieduto con pienezza autoritativa e rappresentativa da Caifa e poi uno civile presieduto dall’incerto e ondivago Ponzio Pilato, che portarono alla messa a morte di Nostro Signore Gesù Cristo in un venerdì di quasi duemila anni fa.
Facciamo nostre le argomentazioni, tutt’altro che peregrine, che Sua Eccellenza Monsignor Luigi Maria Carli (1914-1986), vescovo di Segni, portava in un suo articolo pubblicato dopo la chiusura della terza sessione del Concilio Vaticano II mentre ferveva il dibattito tra i patres sulla votanda dichiarazione conciliare Nostra Aetate, poi approvata il 28 ottobre 1965:
 
Ritengo legittimo poter affermare che tutto il popolo giudaico dei tempi di Gesù – inteso in senso religioso, cioè quale collettività professante la religione di Mosè fu responsabile in solidum del delitto di deicidio, quantunque soltanto i capi, seguiti da una parte degli adepti, abbiano materialmente consumato il delitto. Quei capi non erano, sì, eletti democraticamente dal suffragio popolare; però, secondo la legislazione e la mentalità allora vigenti, erano ritenuti da Dio stesso (cfr. Mt. 23, 2) e dalla pubblica opinione come le legittime autorità religiose, i responsabili ufficiali degli atti che essi ponevano in nome della religione e servendosi degli strumenti giuridici predisposti dalla religione medesima. Orbene, proprio da quei capi Gesù Cristo, Figlio di Dio, fu condannato a morte; e fu condannato proprio perché si era proclamato Dio (Io. 10, 33; 19, 7), e nonostante avesse fornito sufficienti prove per essere creduto tale. (Io. 15, 24). La sentenza di condanna fu emanata dal Concilio, (Io, 11,49 segg.), cioè dal massimo organo autoritativo della religione giudaica, appellandosi alla Legge di Mosè (Io. 19, 7), e motivando la sentenza come un’azione difensiva di tutto il popolo (Io. 11, 50) e della stessa religione (Mt. 26, 65). Fu il sacerdozio aaronitico, sintesi ed espressione massima dell’economia teocratica e ierocratica del Vecchio Testamento, a condannare il Messia. E’ lecito, per­tanto, attribuire il deicidio al giudaismo, in quanto comunità religiosa[1].
 
Queste posizioni, peraltro nobilissime e prive di acrimonia fine a se stessa, furono poi sconfessate in sede conciliare. Da allora, qualunque sia il valore magisteriale che si voglia attribuire alla Dichiarazione Nostra Aetate e qualunque sia la legittimità che si voglia attribuire a quell’assise, questa Dichiarazione ha avuto un impatto certamente rivoluzionario, sia sul piano ecclesiologico che su quello, oggi ormai omni-pervasivo, della sociologia religiosa nella lettura dei rapporti storici tra Chiesa e sinagoga e nei rapporti con l’ebraismo moderno.
A chi si ponesse in maniera critica di fronte a queste nostre asserzioni e le trovasse soverchiamente malevole rivolgiamo una domanda: chi, in ambito cattolico ordinariamente inteso, oserebbe sottoscrivere oggi le parole che una fine apologeta, come monsignor Emile Paul Le Camus, vescovo de La Rochelle, (1839-1906) scriveva nella sua “Vita di Gesù Cristo” oggi?
Dal canto suo, la moltitudine, rivendicando per sé nel suo odio cieco la responsabilità declinata dal romano, gridava: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli!» è inutile dire come la sacrilega bravata sia stata intesa ed esaudita da Dio. Il sangue del giusto pesa ancora sui figli dei colpevoli senza che né il tempo, né la moderna civiltà, né lo scetticismo universale abbia potuto toglierne l’indelebile traccia. Con tutte le sue ricchezze, il suo spirito mercantile, la sua energia vigorosa e instancabile, questo popolo, che è sparso ovunque senza regnare in nessuna parte, che possiede ormai tutto l’oro del mondo e non può comperarsi una patria, vive, passa e muore disprezzato, maltrattato, maledetto, come se ancora sulla sua fronte si leggesse scritta in lettere di sangue, quale ragione della sua sventura, la parola «deicidio»[2]
La risposta è semplice, immediata, incontrovertibile: nessuno.
Questo rende netta le separazione tra un “prima” e un “dopo”, rende chiaro l’oblio pressoché completo della posizione dottrinale cattolica nei riguardi della “sinagoga bendata”, di quel popolo (Vetus Israel) un tempo prediletto.
Questo oblio ha prodotto anche la cessazione pressoché universale di qualunque forma di approfondimento che andasse nella direzione di questo paradigma “proibito”, sia in un ambito più strettamente accademico che in uno più schiettamente ed utilmente apologetico. Se opere sono state scritte, se studi sono stati pubblicati, si debbono a penne certo coraggiose, a volte molto dotte, spesso volenterose.
Anche i “Pensieri teologicamente scorretti” di Piero Vassallo ribadiscono la validità perenne di questo paradigma e portano un contributo originale in questa direzione, con coloriture spesso felici e con accenti sovente fecondi, ad esempio nell’individuazione di un certo ebraismo modernizzato e “ateo” come fucina principale e lievito delle rivoluzioni postmoderne.
D’altronde, proprio all’inizio dello sciagurato percorso conciliare, uno dei più lucidi e avvertiti esponenti dell’episcopato cattolico dell’epoca pacelliana, già dilaniata dal trionfo del democratismo cristiano e dell’american way of life come modello unico per il “nuovo mondo”, ovvero S. E. R. Gerardo de Proença Sigaud (1909-1999), vescovo di Jacarénzinho e poi di Diamantina in Brasile, lasciava agli atti della storia il suo votum per il futuro concilio dal quale stralciamo questo passo particolarmente interessante.
La lettera datava 22 agosto 1959, festa del Cuore Immacolato di Maria, e Sua Eccellenza Proença Sigaud scriveva, chiedendo al futuro concilio ecumenico un nuovo Sillabo e una severa battaglia culturale e politica contro le forze della rivoluzione mondiale
Il giudaismo internazionale vuole scardinare radicalmente la Cristianità e sostituirsi ad essa. Le sue schiere sono principalmente i massoni e i comunisti. Il processo rivoluzionario iniziò alla fine del Medioevo, avanzò nel rinascimento pagano, compì grandi passi nella pseudoriforma protestante, e nella rivoluzione francese distrusse la base politica e sociale della Chiesa, credette di distruggere la Santa Sede con l’abbattere lo Stato pontificio, indebolì l’economia della Chiesa con la secolarizzazione dei beni religiosi e delle diocesi, procurò una gravissima crisi interna col modernismo, w infine con il comunismo creò lo strumento decisivo per cancellare dalla terra ogni traccia di Cristianità. La maggior parte della forza della Rivoluzione deriva da un astuto impiego delle passioni umane. Il Comunismo ha creato la scienza della Rivoluzione, di cui sono armi precipue le passioni sfrenate dell’uomo, incitate metodicamente. La Rivoluzione ricorre a due vizi come forze di distruzione della società cattolica e di costruzione della civiltà atea: la sensualità e la superbia. Queste disordinate e travolgenti passioni mirano scientificamente ad un fine preciso, e si sottomettono alla ferrea disciplina che le muove per distruggere dalle fondamenta la città di Dio e costruire la città dell’uomo. Accettano anche la tirannide del totalitarismo e tollerano la miseria pur di edificare l’ordine dell’Anticristo. Vi è probabilmente una specie di governo centrale, potente e preparatissimo che dirige tutto questo piano: una centrale umana, strumento di Satana in persona. Queste cosiddette “destre politiche”, quali il fascismo ed il nazionalsocialismo non furono che fasi di una medesima guerra contro la Chiesa di Cristo [3]
Israele è quindi un attore unico, da sempre, sulla scena storica e ancor di più lo è nella questione del Vicino oriente e della Terra Santa.
Su questo tema, che il Vassallo lambisce con un stile equanime e positivo, giova ribadire, anche per quanto riguarda il diritto internazionale, che il caso della “Terra Santa” è specialissimo perché UNICO è l’attore israeliano, unico per indole, unico per comportamento, unico per storia, unico per destino, unico per invasiva capacità, unico per smisurata volontà di potenza, unico per copertura internazionale, unico per ferrea e spietata decisione nel portare a termini i suoi disegni.
Questa unicità genera per sua natura eccezionalità ovvero reazioni eccezionali, contrapposizioni eccezionali, odi eccezionali, rancori eccezionali e anche un diritto internazionale (e uno Ius gentium a monte) che dovrebbe essere appunto eccezionale.
In questo stato di generale eccezione si situano i casi di guerra asimmetrica che gruppi militari palestinesi conducono legittimamente contro l’occupante dell’Entità sionista. Questa guerra UNICA continua ad avere conseguenze imprevedibili, specialmente dopo l’11 settembre ed il conflitto endemico che ne è venuto, sull’intero scacchiere mondiale.
Ben vengano quindi studi, come quelli di Piero Vassallo, che con evangelica franchezza e soda dottrina riportano sotto i riflettori tematiche come queste, studi che, anche se non sono scritti contro Nostra Aetate, sono scritti senza l’ipoteca culturale e teologale di Nostra Aetate, avendo il coraggio di chiamare ogni cosa col proprio nome.
Dal momento che questo libro della nostra casa editrice viene pubblicato proprio nell’anno cinquantenario del Concilio Vaticano Secondo e di Nostra Aetate ci piace concludere citando, senza soverchie parole di commento, un breve e drammatico stralcio di una lettera privata che Padre Luigi Macali O.F.M, docente di teologia morale alla Pontificia Università teologica San Bonaventura, scriveva al già citato Monsignor Carli. In una lettera del 12 giugno 1965 egli scriveva
[…] Dove sono e cosa fanno i cosiddetti benpensanti tipo […] Parenti, Piolanti, Garofalo, Palazzini e via dicendo? Sono in attesa degli eventi, non vogliono compromettersi la carriera, non vogliono farsi nemici, fanno i furbi?  E intanto del campo si impadroniscono i meno saggi, i più spregiudicati, i cacciatori di avventure […] ed è così che nei vari incontri e scontri tra le varie correnti del Concilio hanno sempre la meglio o quasi sempre la meglio i teppisti […]. La storia dirà in un domani forse lontano che sulla questione ebraica non tutti si sono arresi di fronte alla forza dell’oro, alla violenza della pressione morale e non solo morale, dirà che non tutti […] hanno preferito ancora una volta condannare Cristo per assolvere Barabba. Ma dove sta andando la Chiesa romana? I nemici mortali della Chiesa celebreranno in gran segreto orgie e baccanali di gioia per essere riusciti ad ottenere che la Chiesa distrugga se stessa con le proprie mani […] Dall’inizio ad oggi tutti i mali, tutte le persecuzioni della Chiesa sono uscite dalle Sinagoghe […], sono avvenute ad opera o non senza il valido aiuto dei discendenti di Giuda, ed oggi la Chiesa è arrivata al punto di accusare se stessa e assolvere il suo più antico e mortale nemico[4].
 
[1] Mons. Luigi Carli, La questione giudaica davanti al Concilio Vaticano II, Palestra del Clero, Anno XLIV, N. 4, 14 febbraio 1965
[2] Emile Paul Le Camus, La vita di Gesù Cristo (traduzione di Monsignor Luigi Grammatica), volume III, pp. 270-271, Brescia, Queriniana, 1934. Le edizioni italiane di quest’opera sono moltissime: cito questa specifica edizione perché ne fa uso Padre Isidoro da Alatri O.F.M. Cap. nel suo famoso e ancor oggi ristampato saggio “Responsabilità giudaica nella crocifissione di Cristo”, [S.l] “In omnibus Cristus”, 1962 (Frosinone : tipografia dell’Abbazia di Casamari)
[3] L’intero votum è leggibile in Acta et Documenta Concilio Œcumenico Vaticano II Apparando
Series I, Volumen II, Pars VII, pp. 180 – 195
[4] Fondo Carli ,28.23 riportato in Storia del Concilio Vaticano II, volume IV, p.184n, Bologna, Il Mulino, 1999

venerdì 1 maggio 2015

E' USCITO L'ULTIMO LIBRO DI GILBERTO ONETO: "IL GUERRONE" la nefandezza del 1915-18



Gilberto Oneto, Il Guerrone (Rimini: IL Cerchio, 2015), 317 pagine, con cartine e tabelle. 28,00 Euro

Indice:

• La quarta guerra di indipendenza e la liberazione delle “terre irredente” (Gli irredenti da non redimere, Gli irredenti da redimere, Il mito di Trento e Trieste e del confine orientale, La redenzione)
• Verso la guerra (La Triplice Alleanza, Triplice Intesa, Gli avvenimenti del 1914, Avvenimenti del 1915, Il ribaltone)
• La guerra (L’occasione del 1915, Il “Fronte interno”, Caporetto, Il “miracolo del Piave”, Gli alleati sul fronte italiano, La Marina, La farsa di Vittorio Veneto)
• La guerra è “sentita”? (I civili, I volontari di guerra, La resistenza alla guerra, I tribunali di guerra, Le condanne a morte, Le fucilazioni sommarie)
• I costi umani ed economici della guerra (Una tragedia universale, I numeri italiani, La regionalizzazione del disastro, Prigionieri, Profughi e internati, I costi economici)
• Le conquiste territoriali (Il problema dei nuovi confini, La definizione dei confini e delle conquiste)
• Strascichi di guerra (Impegni militari all’estero iniziati nel corso della guerra, Impegni militari all’estero iniziati dopo la guerra, Cronologia delle avventure post-belliche)
• Fare gli italiani (La “religione civile”, Le crepe nel mito)
• Amara conclusione
• Allegati e tabelle
• Bibliografia
• Indice dei nomi

Il libro può essere ordinato nelle maggiori librerie, direttamente presso l’Editore (www.ilcerchio.it) e – nei prossimi giorni - attraverso tutte le strutture di vendita via Internet.


Di Redazione A.L.T.A. 

lunedì 16 marzo 2015

Libro Massoni di G. Magaldi, intervento di Carlo Di Pietro


Libro Massoni di G. Magaldi, intervento introduttivo di Carlo Di Pietro (Radio Spada), Potenza, Marzo 2015.
Prossimamente in libreria il testo HUMANUM GENUS, dissertazione su Massoneria, Sette segrete e Cosmopolitismo di Carlo Di Pietro e Davide Consonni per le nostre Edizioni Radio Spada.
Ricordiamo il contenuto della conferenza internazionale del dicembre 2013:

lunedì 2 marzo 2015

[EDIZIONI RADIO SPADA] Kalergi: non come Carneade, ma quasi


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ANTEPRIMA – pubblichiamo uno stralcio da “La verità sul piano Kalergi. Europa, inganno, immigrazione” di Matteo Simonetti, Ed. Radio Spada, 2015 [ordina qui la tua copia!]. Il passo scelto mostra l’importanza e l’originalità di questo volume nel panorama culturale non soltanto europeo.
Non come Carneade ma quasi. Il nome del conte Kalergi fino a pochi mesi fa era pressoché sconosciuto ai più. I più non sapevano neanche che non fosse sconosciuto ad una minoranza, la quale invece lo teneva in gran considerazione. Oggi invece, in un lasso di tempo brevissimo, compare in migliaia di pagine internet. Digitandolo nei motori di ricerca, gli odierni tribunali della popolarità, si registrano numeri notevoli di “found matches”. Come per i cosiddetti video virali, la rete rimpalla da un sito all’altro articoli, quasi sempre gli stessi tradotti in varie lingue, presentando sporadicamente, ma in maniera crescente, anche nuovi studi e dichiarazioni d’opinione. Si tratta quasi sempre di citazioni dirette piuttosto striminzite, relative a tre o quattro periodi tratti da un’importante opera di Kalergi, Praktischer Idealismus, che insieme non fanno una paginetta. In compenso sono condite da riferimenti ad alcuni avvenimenti biografici. Il tutto, quasi sempre, non è soggetto alla minima verifica, al riscontro delle fonti, ad un esame attento dei contesti.
Questione del tutto diversa è quella relativa agli scritti sulla figura di Kalergi come ideatore della Comunità Europea, incentrati sul suo Paneuropa e sulle concrete azioni di promozione politica in questo senso. Su questo aspetto il materiale, seppur minore, è di qualità maggiore e comprende vari studi di livello universitario, i quali rivelano invariabilmente una posizione “euro-ottimista”, quando non si collegano direttamente ad iniziative di celebrazione e di riflessione “non critica” sull’attuale Europa.
Nel primo dei casi citati, a Kalergi si addossa la nefasta responsabilità di aver immaginato prima, e poi di essersi prodigato per la sua realizzazione, l’attuale compagine europea nella forma che oggi conosciamo. Nel secondo lo si incensa per lo stesso motivo. Si naviga però su due binari diversi, sia per quello che riguarda le opere prese in esame, sia per il periodo di riferimento dell’attività dello scrittore, più tardo nel primo caso e più recente nel secondo. Sono due mondi che non si toccano, sia a livello contenutistico che per quanto riguarda il linguaggio, il taglio e il “livello” degli studi.
La fioritura di piccoli dispacci che si ritrova in rete riprende, a volte citandola espressamente a volte no, la lettura di Kalergi dataci nel 2005 da Gerd Honsick nel suo libro “Adiòs, Europa – El Plan Kalergi” (Editorial Bright-Rainbow, Barcelona), il cui titolo completo in italiano sarebbe “Addio, Europa. Il Piano Kalergi. Un razzismo legalizzato. Le 28 tesi per distruggere il nostro popolo”.
Gli studi “accademici” invece si rifanno nella maggior parte dei casi a testi pubblicati da e per il movimento Paneuropa, da Kalergi fondato, e a materiali del Centro Studi Kalergi, organo che gestisce l’omonimo premio che ogni anno viene assegnato al personaggio politico che più si è distinto per “europeismo”.
Il resto sono citazioni limitate, all’interno di studi di carattere più generale.
Per quanto riguarda Honsik, il suo testo è una analisi essenzialmente basata suPraktischer Idealismus ed è ritenuta dalla maggioranza la sola esistente, anche perché di questo testo di Kalergi, edito solo in tedesco, non sono più disponibili copie in cartaceo ed è quindi reperibile solo in pdf. La rarità del libro in questione è la stessa che colpisce anche il testo di Honsik, edito solo in spagnolo e di distribuzione nulla. Per la mia ricerca ne ho trovata una sola copia in vendita a Barcellona, riuscendo però a reperire il testo in rete.
Il libro di Honsik, colpito da scomunica per la sua “durezza” politica, è stato preso in considerazione, anche se in una considerazione “malevola”, se non altro perché è considerato l’unica opera, prima di questa, ad affrontare approfonditamente il tema del cosiddetto “Piano Kalergi”.
Si tratta di un testo abbastanza frammentario nel quale vengono enunciate delle tesi e citati a supporto dei passi tratti dall’opera di Kalergi. Mi sembra che il nesso logico e causale tra i due non sia molto stringente. Da ciò che scrive Kalergi non consegue sempre, in maniera necessaria e probatoria, ciò che sostiene Honsik. L’insieme delle tesi si dispiega spaziando in maniera fin troppo libera tra le responsabilità dell’autore di Praktischer Idealismus per le sue parole, quella per le sue azioni, quella dei suoi epigoni, quella degli amici dei suoi epigoni e via dicendo. Detto questo, va rilevato che Honsik, tra le righe dell’opera di Kalergi, focalizza con acume sia le tematiche che poi saranno tra le cause più importanti degli attuali problemi dell’odierna Europa, sia quei temi che a prima vista sembrano eccentrici e stravaganti ma che ad una attenta analisi non possono essere interpretati superficialmente.
In generale il libro di Honsik appare sbilanciato, nel senso che grande enfasi viene posta sul ruolo dell’ebraismo nello scritto di Kalergi e troppo poco spazio e attenzione vengono posti nell’inquadrare l’autore nella sua epoca intellettuale, ad esempio mostrando come i temi da lui affrontati siano gli stessi che nel medesimo periodo occupavano gli altri importanti pensatori, tra gli altri Heidegger, per certi versi, e Adorno, Horkheimer, Spengler, Junger, nonché i politici coevi, Adolf Hitler compreso. I temi della razza, dell’insorgere problematico della democrazia, del ruolo della tecnica, del senso e dell’attività delle élite, dei caratteri negativi della società di massa, sono i tratti distintivi del panorama politico-intellettuale negli anni tra la fine della grande guerra e la prima fase della guerra fredda.
In questo testo cercherò di raggiungere questo equilibrio che in Honsik non si percepisce, senza però alcuna deferenza verso posizioni storiche e politiche preconcette, come sempre d’altronde ho cercato di fare nei miei lavori precedenti.
Come si spiega questa attenzione, se vogliamo eccessiva, di Honsik per la questione dell’ebraismo? Innanzitutto va detto che lo scrittore ha avuto enormi problemi con la giustizia, scontando anche diversi mesi di prigione per reati d’opinione, cosa che non smetterò mai di criticare e di indicare come cartina tornasole del vero volto della democrazia odierna, con la sua opera precedente: “Assoluzione per Hitler”. Honsik ha pagato il suo essere un revisionista olocaustico e non potremo mai sapere, non vi è mai certezza in questi casi, se il suo adoperarsi “contro” la vulgata olocaustica corrente sia stata frutto di un amore disinteressato per la verità storica, trasformato magari in sentimento di vendetta e di acredine dopo la persecuzione subita, o se invece non sia stata il naturale sbocco di un precedente sentimento di avversione per l’ebraismo in sé.
Una cosa è certa: all’interno dello schema di Kalergi, il modo in cui il Conte dipinge il ruolo e le caratteristiche degli ebrei lasciano davvero a bocca aperta. Questa posizione stride con il resto, sembra una aggiunta posticcia quanto gratuita, e non può pertanto che reclamare attenzione. Questo va detto a parziale discolpa di questa pseudo-maniacalità di Honsik.
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Ma di questi contenuti parleremo diffusamente poi. Quello che va precisato qui, in via preliminare, è che di una certa lettura del pensiero di Kalergi, soprattutto a causa di quest’opera di Honsik, è stata fattaun’appropriazione indebita.
E’ indubbio che i siti internet che si interessano alla questione appartengano perlopiù a uno schieramento ben definito che, più che di estrema destra, definirei antimondialista. La critica ad una globalizzazione guidata, l’opposizione ad un nuovo ordine mondiale nascosto ai popoli, appartiene infatti ad un ventaglio ampio di soggetti, tanto ampio quanto, purtroppo, numericamente ancora irrilevante. Vi si riscontrano istanze comuni alla destra e alla sinistra politiche e ad un tradizionalismo di matrice sia cattolica che ecologista. Se la destra insiste per motivi identitari sul fattore immigrazione, la sinistra si concentra sull’aspetto economico e istituzionale della realizzazione di un piano di cui le masse sono all’oscuro, sulla scia di una visione marxista della storia. D’altronde avremo poi modo di osservare come marxismo e liberalismo economico trovino in Kalergi una sintesi originale (sintesi che tra l’altro opereranno anche i finanziatori senza scrupoli del bolscevismo), sotto forma di una teoria delle élite che vede nel ruolo delle più eminenti personalità ebraiche il suo fulcro.
Ho scoperto però, con mia enorme sorpresa, che il libro di Honsik in realtà non è la sola e la prima analisi sul cosiddetto Piano Kalergi. Vi è un altro scritto, un lungo articolo a firma del Capitano inglese Arthur Rogers, apparso nel 1955 sulla rivista “Free Britain” e poi ristampato a più riprese, sotto forma di un libretto autonomo (Gennaio e Aprile 2004 e poi nel 2010) col titolo “Warburg and the Kalergi Plan” e tuttora disponibile presso la Stevenbooks di Londra.
La mia sorpresa deriva dal fatto che del testo suddetto Honsik non fa menzione nel suo, neanche in bibliografia. Ora, anche da un raffronto tra i due scritti che insistono su pressoché identici temi e riportano le stesse citazioni dai testi di Kalergi, sembra improbabile che Honsik non ne sia stato a conoscenza. Certo, l’opera dell’austriaco, che conta 260 pagine, è tutt’altra cosa rispetto alle 16 pagine dell’articolo di Rogers, ma intercorrendo tra le due 50 anni esatti era perlomeno doveroso non intestarsi la primogenitura della “scoperta”.
Per quanto riguarda le analisi del fenomeno Paneuropa e della figura di Kalergi, va citato il testo “La massoneria”, di Dieter Schwarz, del 1938. Si tratta di una breve storia della massoneria dalla sua nascita all’anno di pubblicazione, che ha poi visto diverse riedizioni e brevi aggiunte.
In questo testo Schwarz condanna Paneuropa come azione massonica. Il fatto che il testo sia scritto da un nazista e la prefazione sia curata da un colonnello delle SS, non mi sembra un buon motivo per non tenerlo in considerazione. Non si tratta, insomma, dei “Protocolli dei savi anziani di Sion” e non mi risulta che qualcuno abbia ancora confutato una qualche sua parte come frutto di allucinazione.
Ci mancherebbe pure che i dati della ricerca storica vadano valutati solo se provenienti dalla parte vincente di un conflitto, perché questa cerca di inculcare senza sosta nei cervelli delle masse sconfitte, ancora oggi dopo 70 anni, generici sentimenti di colpa e la convinzione di essere eredi di mostri da ripudiare (notiamo: questi mostri sarebbero i nostri nonni, a meno che non si convenga che le montagne fossero piene di baldi partigiani e vuote le città).Per fortuna non faccio parte di quelle masse.

mercoledì 4 febbraio 2015

Fascismo & eresia. L'abbaglio nostalgico di alcuni cattolici

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Pubblichiamo per i nostri lettori un estratto del libro appena pubblicato dalle Edizioni Radio Spada in questo 2015, 70° anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale: 
Il pezzo è solo un assaggio (poco più di 3 facciate su 16) della prefazione scritta da Andrea Giacobazzi alle prime due encicliche. Ovviamente il testo completo, oltre a quello di Pietro Ferrari, tratta di molti altri temi che incontrerete nel volume cartaceo.
[…]
«A Dio spiacenti ed a’ nemici sui»[1]
Nell’analisi della reazione cattolica rispetto al fascismo italiano sarebbe utile, come si è fatto altrove[2], cercare innanzitutto di capire la complessità di questo fenomeno, così come degli altri presunti “fascismi” e di certe loro particolari degenerazioni.
Il modello politico inaugurato da Mussolini fu la “via italiana” al socialismo o fu il supremo argine “occidentale” (virgolette d’obbligo) al socialismo stesso? Probabilmente né l’uno, né l’altro: forse fu un’eresia del socialismo divenuta oltremodo ribelle. E se il Duce una volta al governo non fu più lo scatenato anticlericale che volle essere in gioventù certamente non incarnò nemmeno il ruolo di ineccepibile statista cattolico. Lo stesso fascismo italiano rappresentò spesso e volentieri l’alibi ideologico di alcuni famosi preti apostati o gravemente eterodossi.
Si pensi al celeberrimo Don Giovanni Preziosi che lasciò la tonaca, divenne fascista e massimo esponente dell’“antisemitismo italiano”. “Precursore” delle leggi razziali, diresse La Vita Italiana, fu Ministro di Stato ed Ispettore generale per la razza nella Repubblica Sociale Italiana. Si tolse la vita nell’aprile del 1945.
Sulle pagine de La Vita Italiana – uno degli organi più intransigenti nell’ambito della pubblicistica fascista – comparve anche il nome di un altro “autorevolissimo” apostata: don Romolo Murri. Pioniere della “democrazia cristiana” – oggi considerato un nume tutelare di questo partito politico, così come di certo modernismo – venne sospeso a divinis e scomunicato[3]. Murri ebbe un figlio, si riconciliò con la Chiesa nel 1943. Già nel 1924 aveva scritto un libro intitolato Fede e Fascismo in cui sosteneva “che andava considerata come «un precedente storico del Fascismo» la Democrazia Cristiana, il movimento da lui fondato”[4]. Fa un certo effetto vedere nell’indice de La Vita Italiana del gennaio 1938, il nome di questo modernista “spretato” vicino a quello di Sommi Picenardi ed Evola (su quest’ultimo faremo qualche cenno anche in seguito). Ci si permetterà un ucronistico divertissement nell’immaginare una storia andata un po’ diversamente, con qualche data spostata e con una vittoria dell’Italia mussoliniana nel conflitto mondiale: probabilmente ci saremmo ritrovati Murri, non padre nobile della DC, ma figura di rilievo nel trionfante, e retorico, pantheon fascista postbellico.
Non mancò poi chi – ed è il caso di don Tullio Calcagno – cercò di guidare una sorta di scisma nazionale e fascista della Chiesa. Don Calcagno parve agire con alti appoggi – tanto politici, quanto “editoriali” – all’interno del governo della Repubblica Sociale Italiana, Repubblica che tuttavia, all’articolo sei della sua Costituzione, proclamava “la religione cattolica apostolica e romana” come “la sola religione” della Stato. Sebbene la rivista del sacerdote scismatico (chiamata Crociata Italica) godesse di una certa diffusione, la Gerarchia ecclesiastica non ebbe timore di condannarlo apertamente. Morì fucilato dai partigiani insieme a Carlo Borsani (Medaglia d’oro al valor militare) nell’aprile 1945.
Non fu meno fascista don Ettore Civati, centurione della Milizia, entusiasta al punto di essere sospeso a divinis il 18 settembre 1942 dal vescovo di Como – l’integrista Mons. Alessandro Macchi – per “le malvagità e le insinuazioni … contro le persone sacre” lanciate attraverso testi pubblicati su Il Regime Fascista.
Questi esempi di clero deviato per l’Italia tuttavia non rappresentarono una novità. Si pensi alla sciagurata partecipazione, diretta o indiretta, di noti religiosi all’epopea massonico-risorgimentale e ai moti del 1848, valga per tutti l’esempio di Padre Ugo Bassi, sul cui monumento bolognese spiccano una squadra ed un compasso. Non si è in errore nel ritenere che la stessa polarizzazione politico-ideologica, determinata dalle prepotenze sabaude prima, durante e dopo il raggiungimento dell’“unità italiana”, abbia prodotto significativi contraccolpi anche in ambito ecclesiale. Se da un lato si erano resi manifesti alcuni casi di sfacciato tradimento con le forze “risorgimentali”, dall’altro si dovrà notare come certo popolarismo (anticipatore della DC) sia stato il frutto ben visibile di un pericoloso compromesso tra questi poli: nei decenni successivi ciò che nei primi anni del ‘900 si intravedeva appena divenne chiarissimo, le varie “democrazie cristiane” del Continente cedettero con blanda o nulla resistenza alle campagne pro-aborto e pro-divorzio. Non è un caso che il modernismo religioso abbia proliferato in campo politico principalmente attraverso questi partiti.
Pur con alcuni evidenti limiti si può dire tra i regimi autoritari consolidatisi nel periodo a cavallo delle due guerre mondiali, il franchismo spagnolo e ilsalazarismo portoghese furono quelli meno distanti da ciò che i cattolici potevano politicamente desiderare dal punto di vista della gestione interna dello Stato.
Per quanto concerne il fascismo italiano vi sono poi una serie di controprove che lo rendono difficilmente assimilabile al modello ottimale di governo cattolico. Ci si potrebbe dilungare – e non è il caso farlo qui – sull’idealismo che ha impregnato il partito, per non parlare di certe correnti “esoteriche” la cui influenza non può essere sottovalutata. Si faceva prima cenno al nome di Julius Evola accostato a quello del modernista Murri sulle pagine della fascistissima La Vita Italiana gestita dallo “spretato” Preziosi. L’evolismo – che tanto danno fece anche in seguito per l’interesse suscitato nelle generazioni giovanili del Movimento Sociale Italiano e di altri raggruppamenti di “estrema destra” – fu un prodotto tossico che godette di significativi sponsor sotto il regime. Il rapporto di Evola, poi guastato, con il massone[5] Reghini è noto. Quest’ultimo – inizialmente simpatizzante del fascismo – amava definirsi “il Vicario di Satana”[6], pare fu lui a presentare Evola a René Guénon. Che dire poi di D’Annunzio, massone ed esponente del Rito Martinista?
Sul fronte tedesco, la questione del cosiddetto “esoterismo nazista”, così come dei suoi caratteri anticristiani, verrà accennata in seguito.
***
[1] Dante nel Canto III della Divina Commedia sceglie queste parole per gli ignavi. Qui non si tratta di ignavi ma di soggetti che non essendo stati fedeli né alla Chiesa né ai suoi più manifesti nemici hanno finito per avere il ruolo certamente di avversari del Cristianesimo ma senza nemmeno ottenere l’approvazione della maggioranza di quelli che – in altri modi, talvolta più efficaci – lo combattevano.
[2] Cfr. Pietro Ferrari, Fascismi, Edizioni Radio Spada, 2014.
[3] A differenza sua, don Ernesto Bonaiuti – altro modernista incallito e condannato – si oppose al governo di Mussolini.
[4] Pino Rauti, Rutilio Sermonti, Storia del fascismo: Le interpretazioni e le origini, Centro editoriale nazionale, 1976, nota, p. 127. Cfr. R. Murri: Fede e Fascismo, Alpes, 1924, pp. 81-88.
[5] Piero Vassallo, Le culture della destra italiana, Effedieffe, 2002, p. 111, note.
[6] Cfr. Paolo Taufer, in Atti del 7° Convegno di Studi Cattolici, Rimini, 29-30-31 ottobre 1999.


[…]

domenica 18 gennaio 2015

LIBRO DA LEGGERE: I FANTI DEL LITORALE AUSTRIACO SUL FRONTE ORIENTALE 1914-1918 (di Roberto Todero)



"A Logatec veniamo fermati dai fanti italiani che ci conducono come prigionieri a Trieste. Siamo cacciati dai vagoni e portati in piazza Stazione. I carabinieri ci conducono al loro comando in via Udine, spinti come sardelle in un corridoio dove non si può stare ne in piedi nè seduti e per giunta ci giungono ogni tanto delle ingiurie. Ci conducono al Castello di San Giusto: una galletta e mezza scatoletta di carne al giorno, bisogna dare 1 Corona ad un bersagliere per avere una gamella d'acqua (€1,4).Quando mi lasciano libero mi prendono il berretto ed i bottoni del cappotto e della blusa perchè di marca austriaca e quindi barbari, ed era d'inverno."



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http://www.gasparieditore.it/i-fanti-del-litorale-austriaco-sul-fronte-orientale-1914-1918.html