Visualizzazione post con etichetta Morale delle storie. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Morale delle storie. Mostra tutti i post

mercoledì 29 giugno 2016

[TOLKIENIANA] Saruman, il «Modernista»

Saruman_with_Orthanc's_Palanti

di Isacco Tacconi - Fonte: http://www.radiospada.org/

Cari lettori, quest’oggi vorrei riprendere il cammino del nostro sentiero tolkieniano col sottoporvi un quesito: vi è mai capitato di percepire che ciò che sta accadendo intorno a noi, mi riferisco ai rapidi mutamenti della società e del tempo in cui il Buon Dio ci ha posti, sia mosso da un fine invisibile, da un progetto latente, preciso ma sfuggente e, quasi, “sovrumano”? Non mi sto riferendo ovviamente all’azione della Divina Provvidenza che tutto dispone e a cui nulla sfugge, sapendo volgere ogni cosa al bene. No, mi riferisco piuttosto a quei piani delle forze anticristiche, a quei disegni delle nazioni, a quei progetti dei popoli che nonostante l’impegno e le macchinazioni dei loro artefici finiranno, presto o tardi, per dissolversi come pula nel vento.
«Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: Viene la pioggia, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: Ci sarà caldo, e così accade. Ipocriti! Sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo?» (Lc 12,54-56).
Francamente, credo che questo tonante rimprovero risuoni alla presente generazione con una forza e una attualità così intense da far tremare i polsi, al pari della voce del profeta Giona. Chi può negare, infatti, i radicali sconvolgimenti di cui il secolo scorso è stato foriero e quello presente terribile, quantunque collaterale, prosieguo e avveramento? Una mutazione antropologica e culturale, diffusasi come una epidemia planetaria, letale quanto contagiosa tanto da sovvertire i cardini stessi dell’umanità, che a suo confronto l’abbattimento dell’Ancien Régime appare poca cosa.
«Il mondo è cambiato. Lo sento nell’acqua, lo sento nella terra, lo avverto nell’aria». Nel prologo della versione cinematografica del Signore degli Anelli questa frase, presagio di sventura, viene pronunciata da Galadriel, nel libro invece è Barbalbero, il Pastore di alberi, che nel prendere congedo, la pronuncia stanco e mesto come foglia d’autunno che ondeggia inesorabile verso la terra, ai Signori di Lòrien, Celeborn e Galadriel. Ma possiamo presumere che, verosimilmente, anche la Dama Bianca, con il suo sguardo penetrante e lungimirante, nella contemplazione della sua cattedrale boscosa, abbia meditato in cuor suo le stesse parole già dai tempi della riconquista della Montagna Solitaria da parte di Thorin Scudodiquercia, quando il Male tornò strisciando fra le ombre del mondo.
Il mondo come era non esiste più, molti di noi neanche lo abbiamo mai conosciuto, quel mondo, se non attraverso i ricordi a volte vividi, a volte sbiaditi dei nostri vecchi, o scoprendolo sui libri come se si trattasse di un passato ancestrale e obliato. Al suo posto un “altro” mondo è stato fondato sulle macerie dell’antico. Ma un tale trapasso di epoca a quali cause recondite è dovuto, e a quali effetti ultimi è ordinato? «Molto di ciò che era, si è perduto. Perché ora non vive nessuno che lo ricorda». Trovo che questa giudizio aderisca quasi perfettamente al nostro presente. Molto della nostra Santa Fede è andato perduto. Noi cattolici oggi ne siamo la prova, noi superstiti, noi “che un tempo eravamo tenebra” (cf. Ef 5,8), e come quello schiavo liberto della platonica Caverna siamo stati “chiamati dalle tenebre alla Sua luce meravigliosa” (1Pt 2,9). Personalmente provo una forte simpatia tra la mia attuale situazione di credente e l’esperienza di quello schiavo che, una volta cadute le catene dell’ignoranza e dell’illusione ex umbra et imaginibus, abbandona strisciante l’oscurità della caverna per volgersi verso la Luce vivificante della Verità che, ahimé, è divenuta quasi insostenibile: gli occhi sono stati troppo tempo immersi nelle tenebre.
Non di rado vorremmo volgerci indietro per andare a liberare i nostri fratelli qui in tenebris et in umbra mortis sedent, i quali, come noi un tempo, ancora prediligono l’illusione alla realtà, le vacue ombre alla sostanza. Soggiogati ad un mondo fittizio che ci è stato messo dinanzi agli per nasconderci la verità. Una tale assuefazione alla menzogna che impedisce di sopportare il peso della verità. Il timore di essere da loro incompresi e biasimati ci trattiene: forse ci bandirebbero come squilibrati, ci deriderebbero come dei folli e, in realtà, lo siamo davvero. La Croce è, e rimarrà sempre, una follia e uno scandalo, e i cristiani sono i cruciferi, coloro che la portano impressa nel cuore, sulla fronte, sulle labbra. E tuttavia i figli di Dio sono, oggi più che mai, degli apolidi. Lo sono per essenza, appartenendo ad una Patria che non è di questa terra. Se fossero “cittadini del mondo”, il mondo li onorerebbe come sua proprietà e, in fondo, non desidera altro: onorarli con delle catene dorate.
J.R.R. Tolkien vide tutto questo e forse molto di più. Anch’egli fu travolto dalla Grande Guerra, e dovette soffrire ancor più nel veder partire i propri figli per la Seconda Grande Guerra, forse peggiore della prima. E non c’è dolore più grande per un uomo che dover assistere impotente alla sofferenza dei propri figli, non potendo evitare loro l’orrore della violenza irragionevole, empia, ingiusta. Ma c’è un elemento che nel disegno della storia del Mondo costituisce un fattore di precipitazione degli eventi: il tradimento.
Esiste un affresco che si trova nella Cattedrale di Orvieto nella cappella di San Brizio, opera di Luca Signorelli, che mi ha sempre colpito per la sua forza espressiva. Rappresenta l’Anticristo e gli ultimi tempi, mostrando una figura impressionante, simile per sembianza a Nostro Signore, con un volto ingenuamente dolce e suadente ma dagli occhi vitrei, avvolti da un rossastro baluginio. Le sue braccia sono mosse dal Demonio che lo manovra come fa un burattinaio con il suo fantoccio. Pensiamo, dunque, che tali meditazioni non sono una prerogativa dei nostri tempi, ma anzi la Chiesa ha sempre meditato e spinto i credenti a meditare sugli avvenimenti che precederanno il definitivo “Ritorno del Re”.
Quale il nesso tra queste meditazioni e la figura di Saruman? Non sarà troppo difficile, credo, intuirlo dopo aver svelato che il tradimento degli eletti è fattore di accelerazione nell’instaurazione del regno dell’oscuro signore su questa nostra “terra di mezzo”.
Saruman è uno dei Cinque Istari, capo del suo ordine e, in quanto superiore, risiede ad Isengard nell’alta torre di Orthanc. Il nome stesso di «Isengard» richiama foneticamente l’antico anglosassone facendoci intuire il suo scopo: sorvegliare l’Isen, il «grande fiume». Colui che risiede ad Isengard è perciò il “guardiano”, il custode. Interessante somiglianza con il termine greco epìscopòs che significa appunto «guardiano», «sorvegliante». Saruman dapprima non era malvagio, o meglio, non era propriamente «buono». Tolkien in realtà non dedica molto spazio a descrivere Saruman come era prima della corruzione. Possiamo però quasi percepire la sua mancanza di personalità, l’inconsistenza della sua figura. E quando coloro i quali, pur avendo ruoli di governo, posseggono una volontà debole e oscillante, facilmente vengono attratti e, in qualche modo, “posseduti” dalle loro idee. La philosophia perennis al contrario insegna che l’uomo è pienamente uomo, cioè veramente libero, solo quando è «dominus sui», ossia quando è capace di governare se stesso, di guidare egli stesso le proprie passioni e i propri istinti e non quando ne è preda.
Saruman è un essere, uno stregone, che si è lasciato avvincere, per imprudenza e presunzione, dall’illusione di poter cambiare il corso degli eventi per la brama del potere. Ha voluto “guardare”, ha voluto affacciarsi nelle tenebre dell’abisso senza la luce della Grazia, e ne è rimasto ammaliato. Un motivo ancestrale che risuona dall’Odissea di Omero al Santo Vangelo di Gesù Cristo. Tuttavia, una differenza sostanziale corre tra il Versatile Ulisse e Saruman il Bianco: nell’ascoltare la voce delle Sirene, il Re di Itaca non confidò in sé stesso. Saruman, al contrario, nello scrutare il Palantìr entrò nella tentazione con il cuore impuro e con la sciocca arroganza di chi, sicuro del proprio “candore”, (d’altronde l’abito è bianco) sfida l’oscurità. Che stolto è l’uomo. Quella veste bianca, se non è lavata nel Sangue dell’Agnello, non ha virtù propria. Ciò che di forte, solido e infallibile c’è in quell’investitura è un riflesso condizionato dall’alto anzi, dall’Altissimo, e ad ogni modo non rende quell’uomo bianco uno übermensch.
Ulisse si fece legare saldamente all’albero maestro, immagine della Croce, abbracciando soltanto la quale è possibile passare non solo in mezzo alle bellissime e mostruose sirene, ma anche nella Valle Oscura e nel profondo abisso del Mare, avendo le pareti della morte a destra e a sinistra. Strettamente legato da solide funi, quasi crocifisso, mentre tra dolori insopportabili di chi gli infliggeva lo strazio delle mortifere tentazioni, gridava, e nessuno dei suoi lo ascoltava. Solo lui, Odisseo, si espose e guidò il suo vascello fra i pericoli e i flutti dell’interminabile esilio, fino all’approdo patrio.
Ma quelli come Saruman, hanno venduto la loro anima per riceverne in contraccambio il disprezzo e il dominio del Signore della menzogna, che promette e non mantiene. Che corrompe con un misero compenso, così vacuo e vuoto eppure così irresistibile per gli sventurati che ne accettano la dialettica. «Eritis sicut Deus», questa è la promessa di Sauron a Saruman non più bianco, già adulterato, già privato del candore virgineo che lo aveva innalzato nel consesso dei saggi guadagnandogli il primato. Ma il velo che ricopre le tenebre ha avvolto i suoi occhi ormai torbidi che mutano la luce in tenebre. “«Così sei venuto, Gandalf», mi disse grave, – racconta Mithrandir – ma nei suoi occhi pareva ci fosse una luce strana, il riflesso di un gelido riso del cuore[1].
Il dialogo che segue è di estrema importanza per comprendere il pensiero empio che si impossessa della mente umana quando cede alle vuote lusinghe del male. “«Tu sei venuto, ed era quello lo scopo del mio messaggio. E qui rimarrai, Gandalf il Grigio, e ti riposerai dei lunghi viaggi. Perché io sono Saruman il Saggio, Saruman Creatore d’Anelli, Saruman Multicolore»”[2]. La follia ha già avvelenato il suo cuore e il delirio d’onnipotenza lo innalza smisuratamente, ma solo per farlo precipitare con una più grande rovina. Gandalf il Grigio, invece, è in questo contesto l’immagine dell’umiltà, dell’impotente, di colui che quando è debole è più forte dei potenti della terra perché altri combatte la di lui battaglia. “«Bianco!», sogghignò [Saruman]. «Serve come base. Il tessuto bianco può essere tinto. La pagina bianca ricoperta di scrittura, e la luce bianca decomposta»”. Lo stregone bianco smarrendo il senno si fa creatore, si autoproclama “forgiatore d’anelli”, imitatore di Sauron il Ribelle. Attraverso il suo ruolo di guida, concessogli perché amministrasse la giustizia e non perché lo utilizzasse a proprio arbitrio, egli si trasforma in uno straordinario veicolo del male. Il peggior avversario, infatti, non è quello manifesto ma quello occulto, e il dolore più grande è quello che ci viene inflitto, a tradimento, da coloro che erano nostri amici.
Il bianco della luce racchiude la smisurata varietà dei colori possibili i quali ne costituiscono una imperfetta, quantunque ammirabile, espressione particolare. Ma l’essenza della luce sfugge all’analisi della scienza umana e pretendere di penetrarla diviene perciò un’inevitabile peccato di hybris. Dio “abita in una luce inaccessibile” (1Tm 6,16) dice la Scrittura, ciò significa che ogni bene ed ogni bontà particolare da Lui proviene e a Lui appartiene, e nessuno se ne può appropriare per sprigionarne i colorati effetti o addirittura mutandone la natura. Questo, lo sappiamo, è l’intento segreto dello gnosticismo: raggiungere l’uguaglianza con Dio attraverso un patto con le tenebre; e se ci pensiamo questa è anche l’essenza stessa di ogni peccato.
Questo è esattamente ciò che Saruman lo stolto ha tentato di fare mutando l’aggettivo che individua il suo ruolo. Non sarà più «il Bianco» ma piuttosto Saruman “Multicolore”, lo snaturato, il pervertito. Curiosa l’analogia con la bandiera arcobaleno, divenuta simbolo non di libertà ma di libertinismo, la più tirannica delle schiavitù perché è quella che l’uomo si autoinfligge brutalmente dissennandosi in una esaltata disperazione senza uscita. La purezza che viene colorata dai colori delle passioni ha perduto la sua caratteristica bianchezza “«nel qual caso – risponde Gandalf –non sarà più bianca» – e prosegue – «e colui che rompe un oggetto per scoprire cos’è, ha abbandonato il sentiero della saggezza»”. La conoscenza, infatti, è potere, la conoscenza è dominio, il desiderio di conoscenza, se non è temperato dall’umiltà, diviene arbitrio che pretende di sciogliere i vincoli e possedere l’oggetto conosciuto. La conoscenza, per gli illuminati, è plagio divinizzante.
Un vecchio e nauseabondo motto spinge il cospiratore che vuole abbattere tutto ciò che sa di tradizione, di antico, quindi di non disponibile e sottratto al suo controllo: la smania della novità e l’ineluttabilità del progresso. Il grido di guerra “non si può più tornare indietro!”, questo è il simbolo, il credo del nuovo mondo inebriato dall’eccitante inquietudine del divenire. “«I Tempi remoti non sono più – dichiara Saruman –. I giorni Intermedi stanno passando. I Giovani Giorni stanno per incominciare. Finito il tempo degli Elfi, la nostra ora è vicina: il mondo degli Uomini che dobbiamo dominare. Ma abbiamo bisogno di potere, potere per ordinare tutte le cose secondo la nostra volontà, in funzione di quel bene che soltanto i Saggi conoscono».
Il bene non sarebbe più nelle cose, cioè nella loro oggettiva struttura ontologica, ma sarebbe piuttosto una gnosi che soltanto pochi eletti possono e debbono possedere per manovrare le masse dei villani senza intelletto. “Il Sol dell’Avvenire”, un futuro di ordine e perfezione che dovrebbe scaturire dal caos, ossia da una (necessaria) fase di distruzione e rivoluzione. “«Si tratterebbe soltanto – prosegue Saruman nel tentativo di corrompere Gandalf – di aspettare, di custodire in cuore i nostri pensieri, deplorando forse il male commesso cammin facendo, ma plaudendo all’alta mèta prefissa: Sapienza, Governo, Ordine; tutte cose che invano abbiamo finora tentato di raggiungere, ostacolati anziché aiutati dai nostri amici deboli o pigri. Non sarebbe necessario, anzi non vi sarebbe un vero cambiamento nelle nostre intenzioni; soltanto nei mezzi da adoperare»[3]. La satanica tentazione legata al triste nome dello statista fiorentino Niccolò Machiavelli secondo cui “il fine giustifica i mezzi”, risuonerà, ahinoi, fino alla fine dei tempi quando Colui che è la Verità e la Vita svergognerà per sempre coloro che lo hanno disprezzato in quanto Via. Non c’è altro mezzo, infatti, per cui l’uomo possa elevarsi dalla propria miseria dovuta al peccato e raggiungere il proprio fine: Gesù Cristo Nostro Signore. San Tommaso, il Dottore Comune dell’Unica Chiesa di Cristo, punto irrinunciabile per non perdere la giusta cognizione della Fede, così ha espresso questa “necessità di mezzo: “Christo qui, secundum quod homo, Via est nobis, tendendi in Deum[4]. E siccome, come insegna sempre il Doctor Angelicus, «bonum ex integra causa, malum ex quocumque defectu», non è possibile che un fine in sé buono conservi intatta la sua bontà se i mezzi adoperati per raggiungerlo sono intrinsecamente cattivi. Ma i rivoluzionari, accecati dal freddo bagliore dei loro ideali sono disposti a calpestare volentieri la morale, il bene e la giustizia. Proprio per questo colui il quale, nel patto delle tenebre, si è “autoilluminato” ha in realtà consegnato se stesso in balìa dell’Oscuro Signore che ne farà ciò che vorrà. Quanto bene si potrebbe fare, pensa il novatore, se solo non ci fossero quegli odiosi vincoli morali che ne rallentano l’affermazione; quanto si potrebbe progredire se solo non ci ostacolasse la legge della coscienza, se ci affrancassimo dal peso del dogma, se ci elevassimo al di sopra di ciò che è eterno!
Saruman è l’emblema narrativo del tradimento di Giuda Iscariota che per raggiungere il suo disonesto fine, percorre una via diversa da quella della Croce, una via più breve e, apparentemente, più facile ma che inevitabilmente conduce al suicidio e alla dannazione. Similmente, Saruman il «multicolore», subirà una fine ingloriosa e direi quasi ridicola: uscirà di scena accoltellato dallo spregevole Grima Vermilinguo dopo aver tentato in vano l’instaurazione di una piccola dittatura sulla Contea.
Questa è la fine che attende tutti coloro che, per avventura e presunzione, abbandonano il retto sentiero tracciato e prestabilito. Il cammino ricevuto e trasmesso, il sentiero del Bene Immutabile, cioè del dogma. Infatti, ciò che da principio può sembrare una modesta e innocente eccezione, o “apertura”, può rapidamente degenerare in un tradimento della verità: «parvus error in principio, est magnus in fine».
Pertanto, coloro che imitano la presunzione dello Stregone bianco vanno molto oltre la mera imprudenza e, come disse San Pio X dei modernisti, stravolgono il senso stesso della verità (aeternam veritatis notionem pervertant). Se dovessimo infatti sintetizzare l’essenza del modernismo, cioè la più estesa e letale eresia che abbia mai colpito la Chiesa Cattolica, dovremmo ricordare una delle proposizioni che il Sant’Uffizio nel 1924, su disposizione di Papa Pio XI, condannò solennemente. Così la proposizione modernista anatemizzata: “Anche dopo aver concettualizzato la fede, l’uomo non deve adagiarsi sui dogmi della religione, aderirvi in modo fisso e immobile, ma deve rimanere sempre smanioso di progredire a una verità ulteriore, realmente evolvendo in nuovi sensi, e perfino correggendo ciò che crede[5].
In definitiva appare proprio questo il nocciolo del dialogo tra Gandalf, l’umile stregone ancorato alla tradizione, e Saruman, affascinato e avvinto dalla “smania della novità”. Saruman, «il modernista», tenta di persuadere il suo confratello ad abbandonare la vecchia via per la nuova, spingendolo a tradire il mandato di conservare integralmente la verità contro la torbida ed evoluzionistica dottrina gnostica: «O Timothee, depositum custodi, et rursum, bonum depositum serva» (1Tm 6, 20).
In altre parole, la fine di Saruman (e di Giuda) è per noi tutti un monito vibrante che deve trattenerci la mano dalla presunzione di elevarci al di sopra della dottrina cattolica sempre creduta e ininterrottamente trasmessa. In altre parole, deve instillarci il timore di allontanarci dalla Tradizione che è la Regula Fidei. Il multicolore e il modernismo hanno in comune l’allontanamento dalla purezza immacolata della dottrina che ricorda la sentenza giovannea: “hanno preferito le tenebre alla luce”.
In ultima istanza potremmo solennemente dichiarare che il Signore degli Anelli è nella sua integralità, come nelle sue parti, un solenne «manifesto antimodernista». In esso infatti, i valori che più contano sono quelli immutabili ed eterni, come i dogmi. Ma non voglio rubare, anticipandolo, il materiale delle nostre prossime “serate tolkieniane”. Tuttavia, ritengo sia giusto proporvi l’“antidoto” che lo stesso nonno Tolkien ha lasciato impresso attraverso dei versi indimenticabili e densi di verità sostanziale. Attraverso di essi si ravviva in noi la speranza della restaurazione della Santa Chiesa Cattolica e si rinsalda in noi la fermezza nella Fede dei nostri padri: «Non tutto quel ch’è oro brilla, Né gli erranti sono perduti; Il vecchio ch’è forte non s’aggrinza, Le radici profonde non gelano. Dalle ceneri rinascerà un fuoco, L’ombra sprigionerà una scintilla; Nuova sarà la lama ora rotta, E re quei ch’è senza corona».
 
 



[1] Il Signore degli Anelli, Rusconi, Milano, 1999, p. 326.
[2] Ibidem, p. 327.
[3] Ivi, 328.
[4] S. Th., Prologo alla Quaestio 2 della I° Pars.
[5] P. DESCOQS, Praelectiones theologiae naturalis, vol I, p. 150; vol II, pp. 287 ss.

venerdì 10 giugno 2016

[TOLKIENIANA] Meriadoc e Peregrino: un tempo per ogni cosa

Pippin-and-Merry-merry-and-pippin-7653824-960-404

di Isacco Tacconi - Fonte: http://www.radiospada.org/

Nel sedermi alla mia “scrivania” (così mi piace definire il piccolo tavolo che unisce e divide la cucina dal mio modesto salotto) avevo un’intenzione più o meno chiara di scrivere qualcosa di sensato su Saruman, ma ancora una volta il mio cuore prepotente ha il sopravvento, e delle semplici note di una musica riescono a deviare il corso della mia flebile volontà. Queste sole parole mi salgono in mente mentre cerco di fare chiarezza su cosa scrivere: “C’è un tempo per ogni cosa”. Frattanto la mia piccola Giacinta, meraviglioso prodigio che supera ogni mia comprensione, versa goccia a goccia l’acqua del suo bicchierino sopra il suo seggiolone osservando stupita il “fenomeno” come un scienziato botanico studierebbe il seme di una specie rara. Ed è anche a causa di questo contesto di ordinaria semplicità che l’unico soggetto di cui ora sento di poter scrivere sono i «piccoli», così straordinari quanto sottovalutati. Eppure, sub specie aeternitatis, essi valgono quanto tutti gli altri uomini, se non di più, agli occhi di Colui che solo è l’«Altissimo», qui deposuit potentes de sede et exaltavit humiles.
Meriadoc Brandibuck e Peregrino Tuc, cugini tra loro e con Frodo Baggins, nonché, racconta Tolkien, suoi «amici per la pelle». Una trattazione su di loro potrebbe essere caratterizzata dal tema dell’amicizia, e così di fatto è, giacché la loro unione è talmente forte da superare la distanza, la paura della morte, e il dolore di non essere più insieme.
Certo, di acqua sotto ai ponti ne è passata da quando i due giovani hobbit hanno dovuto abbandonare le comodità, le allegre bevute e i lazzi senza numero al Drago Verde. Non si tratta più di rubacchiare patate e funghi al Vecchio Maggot né di organizzare feste a casa Baggins, i due sprovveduti hanno messo i loro piedi pelosi fuori dai confini delle terre di Buck ben oltre la vecchia foresta, in una via oscura e sconosciuta che conduce… beh, non si sa. Una sola certezza nella loro disavventura guidata, come quella degli altri del resto, dalla mano invisibile della Provvidenza: accompagnare il loro congiunto Frodo nella sua missione. Questo gesto di sconsiderata generosità costerà loro molto caro: conosceranno la «serietà della vita», come la conobbe il buon Tolkien. Verranno loro chieste le grandi responsabilità che un hobbit mai e poi mai vorrebbe intenzionalmente, se non nella forma di slanci generosi di idealità al sicuro del proprio salotto hobbit. Quei sogni di trascendenza che solo una storia ancestrale di elfi e avventure misteriose ben raccontata sa evocare; un incantevole viaggio dell’anima nella cornice di una taverna al termine di una lunga serata con gli avventori radi nella sala come gli ultimi fiori d’autunno, mentre la fiamma crepitante danza sinuosa e la birra scende fredda e schiumosa per il gargarozzo al suono della voce profonda del vecchio Gandalf, interrotta solamente da lunghi sbuffi di fumosa erba pipa. E no, cari hobbit, ora non è più un semplice bel sogno a pancia piena ma la ruvida realtà fra i morsi della fame. Ma la virtù di questi piccoli inglesi in miniatura è proprio la loro tempra in mezzo alle strettezze fisiche e morali e la loro capacità di «andare oltre» le afflizioni dell’hic et nunc. E parrebbe essere proprio questo spirito di speranza cristiana che gli hobbit Merry e Pipino trasportano in tutto il Libro dovunque si trovino, che Tolkien raccomandò a suo figlio Cristopher di conservare mentre si trovava a condividere, come suo padre prima di lui, l’esperienza della guerra: «Beh, eccoti qua: uno hobbit in mezzo agli Urukhai. Conserva nel cuore la tua hobbitudine, e pensa che tutte le storie sono così quando ci sei in mezzo. Tu sei dentro una storia molto grande!». Ma gli uruk-hai cui si riferisce J.R.R. non sono i “nemici della corona”, bensì gli stessi commilitoni di Cristopher, persone di bassa moralità i quali, visti dall’interno, sembrano molto meno “eroici” di quanto la storiografia dei vincitori non abbia ammesso.
Ma torniamo a Meriadoc e Peregrino. Rapiti da un marmaglia di luridi uruk-hai e travolti dagli eventi di una guerra dalle proporzioni inimmaginabili si ritrovano nella vecchia foresta di Fangorn soli e sperduti all’insaputa del resto del mondo e dei loro amici, impegnati chissà in quale scenario a combattere contro gli eserciti di Mordor e di Isengard. Fangorn, foresta vecchia più che antica, perché invecchiata dall’inedia, dallo statico isolamento che devitalizza e inacidisce. «Buia e soffocante», così la definisce infastidito Pipino al suo entrarvi, e sembra quasi ricordare quelle antiche sagrestie odoranti di incenso che l’umidità ha fissato nella calce, semiabbandonate o abitate dall’abitudine che troppo in fretta ha fatto invecchiare i suoi custodi. Eppure sia l’una che l’altra attendono un «risveglio» dirompente che faccia di nuovo penetrare la luce fra le foglie e profumare di rigogliosa estate i paramenti anneriti e consunti.
Proprio per questo i due cugini-amici sono stati inviati là, per dare il via a uno smottamento che scuota le fondamenta stesse della terra. Ma come potrebbero mai un Tuc e un Brandibuck, più adatti a fumare l’erba pipa e bere birra della Contea che a intrattenere rapporti diplomatici con gli esseri più antichi della Terra (gli ent), incidere così decisamente sulla storia e gli eventi, diremmo noi, “mondiali”? Eppure, la loro utilità risiede proprio nella loro apparente inutile leggerezza, che confonde sapienti e strateghi. I due hobbit sono i piccoli e impercettibili sassolini che all’insaputa dei più, si staccano discretamente dal fianco della montagna provocando una frana travolgente. Sono proprio quei personaggi così imprevedibili che il Nemico, nella sua superbia, non può neanche concepire come un ostacolo per sé. Essi sfuggono alla sua comprensione per la loro disprezzabile piccolezza, per la loro insignificanza: non si può ricevere potere da coloro che non possiedono nulla, da coloro che sono poco più che humus, degli hobbit, appunto. Ma essi sono coloro che Iddio guarda con amore, suscitandoli in imprese che li superano enormemente, al fine di confondere i piani dell’Avversario, fine stratega e provato psicologo, e che, proprio perché rinchiuso nella “legge” della sua psicologia, non riesce a scorgere quei movimenti secondari che il Buon Dio guida ai fianchi della battaglia. Colui che è l’artefice e governatore invisibile di tutto ciò che possiede consistenza è lo stesso che sceglie ciò che è nascosto, piccolo, riprovato dagli uomini ma infinitamente prezioso ai suoi occhi: quia respéxit humilitatem ancillae suae. E, spiega Tolkien, «come i primi racconti erano visti attraverso gli occhi degli elfi, quest’ultima grande storia, che dal mito e dalla leggenda scende alla terra, è vista soprattutto attraverso gli occhi degli hobbit: in questo modo, in effetti, diventa antropocentrica. Ma attraverso gli hobbit, e non gli uomini, perché l’ultima storia deve chiarire del tutto un tema ricorrente: il posto che nelle “politiche mondiali” occupano gli atti di volontà imprevisti e imprevedibili, e le buone azioni di chi apparentemente è piccolo, poco eroico e dimenticato invece dai saggi e dai grandi (sia buoni che malvagi)»[1]. In effetti è questo un tema a lui particolarmente caro che abbiamo già avuto modo di incontrare nelle trattazioni di Frodo e Sam: «senza l’alto e il nobile il semplice e il volgare è destinato a rimanere tale; e senza il semplice e volgare il nobile e l’eroico non hanno senso»[2].
Dicevamo poi dell’amicizia fra Merry e Pipino, di quell’intimo e mutuo affetto e dell’unità di cuore che Aristotele considerava un bene indispensabile per la perfezione morale dell’uomo. Nulla di perverso ed erotico nella bellezza dell’amicizia che è di per sé stessa avvolta dalla purezza e dalla pudicizia. Oggi è così difficile concepire e vivere delle autentiche amicizie giacché ogni intimità di cuore è guardata con il puritano sospetto che qualcosa di illecito e freudianamente erotico si annidi alla base dell’amicizia fra uomini. Dall’altra parte, la reazione per eccesso conduce alla volgarizzazione del maschio chiuso in sé stesso, incapace di donarsi con dedizione assoluta e totale per «un altro». E questa, credo, sia una delle molteplici cause del crollo delle vocazioni religiose di tanti giovani, incapaci di eroismo, incapaci, in ultima istanza, di amicizia. Per non parlare della sovversione della donna la quale, per compensare l’assenza di una autentica virilità assume in maniera al contempo indotta e inconscia i caratteri grotteschi di una virilità caricaturale, ed ecco quella che è una perversione dolorosa e radicale peggiore, a mio avviso, dell’effeminatezza dell’uomo, che è il lesbismo. Ma tutto ciò è del tutto alieno all’opera di Tolkien, il quale già vedendo attorno a sé i prodromi della sovversione morale che le due Guerre mondiali accelereranno drasticamente, volle scrivere della «bellezza» che, alla fine, dopo che il male avrà fatto il suo corso in questo mondo, trionferà.
Merry e Pipino, dunque, amici per la pelle, al pari di Tolkien e i suoi compagni della T.C.B.S. (Tea Club and Barrovian Society) quando ancor giovane studente alla King Edward’s School di Birmingham avanzava faticosamente nei suoi studi.
L’amicizia di questi due “fratelli”, più che cugini, non consiste nella mera compagnia triviale e irriverente cui siamo troppo abituati in questi nostri giorni oscuri, no. Ma non è neanche quell’«amicizia spirituale», elevata e soprannaturale di cui tratta meravigliosamente sant’Aelredo, abate di Rievaulx. Quella che scorre tra i due inseparabili hobbit è, potremmo dire, un amicizia “fanciullesca”, fresca e sincera ma profonda e fedele come il cuore degli hobbit, ben ancorati alla loro terra. Molto spesso essa è leggera, non nel senso di “superficiale”, ma piuttosto che non si esprime in discorsi o speculazioni elevate. E questo non per loro colpa, d’altra parte la Contea non è terra di filosofi, e comunque, pur nelle loro scorrerie diuturne, mai si rinviene una nota di volgarità o di perfidia vandalica. Generosamente devoti l’uno all’altro, i due condividono un destino che li trascende infinitamente e, nel loro “viaggio inaspettato”, scoprono di avere anch’essi un ruolo determinante da giocare nella Guerra dell’Anello.
Separati dagli eventi e dalla necessità, svolgono un ruolo analogo presso i due reami in cui entrano a prestar servigio. Ma mentre Merry è un vero servo di Re Theoden, Pipino non è un scudiero di Denethor giacché costui non è il “Re”. Peregrino figlio di Paladino è una guardia della Cittadella e sarà lui che dall’interno delle mura di Minas Tirith salverà l’ultimo virgulto della dinastia dei sovrintendenti di Gondor dalle «fiamme e la follia».
Frattanto, ai piedi delle mura di Minas Tirith, Meriadoc Brandibuck, un hobbit della Contea, si trova a fronteggiare il Nazgul, il Re degli stregoni di Angmar. «Merry  – racconta nonno Tolkien – non era per lui che un verme nel fango»[3]. Eppure, quell’insignificante creatura trafiggerà alle spalle la «Morte», «colpendo il tendine del suo possente ginocchio»[4]. Così svanisce, l’angelo sterminatore, l’emissario delle tenebre, ferito dalla creatura più improbabile, colpito a morte e rispedito nel suo vuoto “nulla” dall’intrepida purezza di una donna. Ed ora, dopo tanto terrore, dopo tanta devastazione ubi est, mors, victoria tua? ubi est, mors, stimulus tuus? Con questo episodio particolare Tolkien credo ci abbia voluto trasmettere, forse inconsciamente, una verità metafisica: l’hobbittudine, che sta per «umiltà», abbatte la tracotanza dei dominatori di questo mondo. Essa è il piccolo sasso che si stacca dalla Montagna e, rotolando inesorabile, abbatte la minacciosa inconsistenza del gigante dai piedi d’argilla.
In questo senso mi pare di vedere che la bellezza della prospettiva subcreativa di Tolkien è che ogni personaggio svolge, e non può essere altrimenti, il suo ruolo benefico ai fini della vittoria sul Male. Ognuno, cioè, è degno di onore, ognuno contribuisce, nei limiti della propria condizione, a determinare il trionfo del bene. Il coraggio che Pipino e Merry scopriranno di avere sarà il più grande tesoro che riporteranno in patria al termine della loro avventura. La piccineria esteriore e interiore degli hobbit tipica dei provinciali terra terra, deve deve «far risaltare, in creature di così piccola forza fisica, l’eroismo sorprendente e inaspettato che ogni uomo dimostra quando messo alle strette»[5].
Guardia della cittadella e Cavaliere del Mark, ecco i titoli che due mezz’uomini possono vantare fra la loro contadina gente dopo essere stati messi alla prova. Infatti, tornati alla Contea saranno proprio loro a guidare la rivolta contro l’occupazione di Sharkey che, nel frattempo aveva schiavizzato il «piccolo popolo».
La vicenda di Meriadoc e Peregrino può essere descritta come un iter di maturazione spirituale che, attraverso il “fuoco e l’acqua”, li ha traghettati dall’età dell’adolescenza spensierata alla pienezza dell’età virile, ossia all’eroismo della vita che si esprime con una parola: sacrificio.
Dirà il buon nonno Tolkien: «Dovrei essere sommamente grato per essere stato allevato (da quando avevo otto anni) in una fede che mi ha nutrito e mi ha insegnato tutto quel poco che so»[6]. E questo testimonia che chi vive e si sostanzia della fede in Colui che dà la propria vita per il mondo, in Colui che non solo insegna se stesso come Via della Vita, ma trasmette anche con la sua Grazia la capacità di imitarne le virtù gettandosi sulle spalle la propria croce e calcarne le orme verso il Calvario e, ben oltre questo, verso la gloria dell’Ascensione, costui solo, può portare copiosi frutti.
La bellezza che il Signore degli Anelli trasuda non è, in ultima istanza, il mero frutto dell’estro o del genio di un artista incompreso che in una notte di travaglio partorisce nel caos, la nicciana stella danzante, no. La bellezza, J.R.R. lo sapeva, ed ora che La può contemplare de visu lo sa per «contatto», si prepara, viene gestata ed, anzitutto, contemplata. Essa non viene dall’interno dell’uomo ma dall’alto, o meglio, dalle «altezze». In fin dei conti, tutte le vicende dei personaggi del Signore degli Anelli sembrano evangelicamente ripetere: duc in altum! E nel noto componimento di Bilbo in cui la via prosegue senza fine lungi dall’uscio dal quale parte echeggia l’invito a mollare gli ormeggi delle catene terrene per incamminarsi spediti verso il faticoso, ma retto sentiero della Vita.
Non a caso il primogenito di Tolkien, John Francis Reuel, il cui secondo nome “Francis” ricevette in onore di P. Francis Morgan che venne appositamente da Birmingham per battezzarlo, diventerà sacerdote di Santa Romana Chiesa.
Sono questi i doni immensi, unici, quasi impronunciabili per chi avverte l’irresistibile nostalgia del Paradiso, per chi ha vagamente compreso che il Mondo intero non vale un’anima e che, in ultima istanza, la morte è migliore della vita. Il dono dei figli è certamente cosa già bastevole per spingere un padre ad innalzare eternamente lodi al Signore, ma che quello stesso «Signore» li chiami a sé con un amore di predilezione angelica per farli riposare sul suo cuore che batte d’amore infinito, questo è di certo un dono umanamente incomprensibile, e che tuttavia, il Signore elargisce, in maniera imperscrutabile, ai suoi servi fedeli e umili. Ma da cosa capiamo che Tolkien fosse un “servo fedele e umile”? «Mi ero alzato alle cinque per andare alla messa del Corpus Domini – racconta Tolkien quando portava i figli, contro la volontà della moglie, ad assistere frequentemente alla Santa Messa – Domenica Prisca e io abbiamo pedalato sotto la pioggia e nel vento fino a St Gregory. Prisca stava combattendo contro un raffreddore e altri malanni, e questo non le ha fatto molto bene, anche se adesso sta meglio; ma abbiamo avuto uno dei migliori (e più lunghi) sermoni di padre C».
In altre parole, sono le azioni che noi compiamo con indefessa perseveranza e carità che erigono una solida scala verso il Paradiso, affrettando la venuta dei “giorni del Re”.
Infine, per concludere questa breve “avventura” letteraria in autentica hobbittudine, vorrei intrattenermi in compagnia di un Brandibuck e di un Tuc, seduto sulla panchina di legno di casa Baggins, fumacchiando (se mai lo sapessi fare) un po’ di erba pipa del Vecchio Tobia a raccontar storie di draghi e di elfi. E in tale allegra compagnia, guardare il sole dipingere nel cielo le sue ultime fiamme rosarancio laggiù, nell’orizzonte lontano dove dietro il suo sconfinato crinale, terra e cielo si fondono, spingendo gli occhi della mente verso il riposo della Montagna solitaria, e poi volgermi ad ovest verso il mare, e più oltre ancora, verso quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo (né tanto meno di hobbit), ma che lì attendono quiete il festoso arrivo di noi tutti, grigi pellegrini.
Coraggio, cari hobbit, sapete meglio di me che “c’è un tempo per ogni cosa”. In alto i cuori e sempre avanti: in marcia! ancor non siam giunti alla vetta.




[1] Dalla lettera della fine del 1951 a Milton Waldman, in J.R.R.Tolkien, La realtà in trasparenza. Lettere (a cura di Humphrey Carpenter e Christopher Tolkien), Bompiani, Milano, 2001, pag.182.
[2] Ibidem.
[3] Il Signore degli Anelli, Rusconi, Milano 1999, p. 1011.
[4] Ibidem.
[5] Dalla lettera a Milton Waldman, probabilmente della fine del 1951, ma non datata, in op. cit., pag.180
[6] Dalla lettera del 2 dicembre 1953 a Robert Murray S.J., op. cit., p. 195.

sabato 9 aprile 2016

[TOLKIENIANA] Aragorn, la forza del sangue di un Re

6706_noucolororig
 
Di Isacco Tacconi - Fonte: http://www.radiospada.org/
 
Come può un uomo dimostrare il suo valore? Da cosa conosciamo la sua virtù? Seguendo la philosophia perennis risponderemmo: dalle sue azioni, in virtù del postulato metafisico «agere sequitur esse». Una verità espressa da San Francesco d’Assisi con queste semplici parole: “tanto sai quanto fai” per insegnare che il valore, il prezzo di un uomo si valuta in base alla sua virtù, al bene che egli compie e si sforza di compiere in un combattimento virile e diuturno.
Parlare di Aragorn vuol dire, a mio avviso, parlare del “Tutto”, ossia avventurarsi nelle profondità della spirituale fatica della vita cristiana fino alle più alte vette del Mistero del Verbo Incarnato; dalla essenziale humilitas – costituzione fondante e irriducibile – della humanitas all’insondabile e ineffabile altezza del Cristo; dalla debolezza dell’umano volere allo sconfinato potere della Grazia. Ci vorrebbe, a mio avviso, un trattato di teologia mistico-ascetica per trarre i molteplici significati che questo personaggio racchiude e riflette come un prisma ottico. Per questo motivo ho ritenuto più opportuno procedere “a braccio” non per presunzione ma, al contrario, proprio per mancanza di mezzi ma anche, e soprattutto, perché prediligo una trattazione appassionata, personale, intima e vera ad una, seppur precisa, apaticamente “scientifica”. In proposito devo dire che gli scritti di Newman hanno influenzato in maniera non poco decisiva la presente impostazione. Preferisco, non me ne vogliano gli esperti tolkieniani, muovermi sul piano del cuore e del sentimento e non su quello freddamente accademico e, per così dire, della “lettera morta”. In fondo, la modalità più efficace e fruttuosa di conoscere, ritengo sia quella di amare l’oggetto della conoscenza più che la conoscenza in se stessa e per se stessa secondo quanto dice con semplice e penetrante profondità, sant’Alfonso Maria de’Liguori: «Chi più ama Dio, più lo conosce. “Amor notitia est”, diceva san Gregorio. E sant’Agostino: “Amare videre est”». Non credo che Tolkien approverebbe il modo di fare di quei cristiani che imparassero tutta la toponomastica e le genealogie della Terra di Mezzo a memoria e poi trascurassero di vivere nella propria vita il coraggio di Boromir, l’umiltà di Sam, la prudenza di Gandalf o l’abnegazione di Frodo. I circoli tolkieniani dove si conoscono a memoria tutte le locande della Terra di Mezzo o i nomi di tutti i personaggi del Silmarillion ma si ignora ed anzi, si combatte la Fede Cattolica sono un’offesa al loro autore. Studiare, analizzare, classificare l’opera di Tolkien prescindendo dalla sua fede intima, semplice e profonda come le radici che non gelano, è come, salvando le dovute differenze, analizzare la Sacra Scrittura da atei-razionalisti: non si potrebbe mai penetrare l’essenza sottesa a quelle parole ordinate in forma di racconto. È un po’ quello che succede a coloro che, ammirando la bellezza della Crocifissione di Giotto o ascoltando lo Stabat Mater di Pergolesi, restano colpiti dai colori e dalle forme, dall’espressività palpabile dei personaggi, dalla musicalità e dall’ordine delle note che sprigionano un pathos che tocca le corde più profonde dell’anima ma non scendono più in profondità a chiedersi quale ne sia la causa, da dove sgorghi quella bellezza così a noi intima quanto sconosciuta. Soltanto se conoscessimo la fede che guidò quelle mani e quell’orecchio capiremmo quanto di divino e sovrumano c’è in quelle opere tanto da renderle immortali, fisse, quasi eterne e di certo non ascriveremmo la loro bellezza soltanto alle capacità tecniche dell’artista.
Se esiste un qualche modo a questo mondo di onorare l’umile e straordinaria opera di John Ronald Reuel Tolkien, credo sia quello di mostrare la superiorità della morale cristiana sull’agire – quantunque il più elevato – naturale umano. “Che ti serve – domanda il beato Tommaso da Kempis – saper discutere profondamente della Trinità, se non sei umile, e perciò alla Trinità tu dispiaci? Invero, non sono le profonde dissertazioni che fanno santo e giusto l’uomo; ma è la vita virtuosa che lo rende caro a Dio”. Non è, infatti, il grado di conoscenza dei dettagli che ci permette di conoscere il tutto, ma l’amore che si ha per il Tutto e, in esso, di tutti i suoi dettagli, anche di quelli che si ignorano, per il solo motivo che appartengono a Lui. Dio non potremmo mai comprenderlo neanche in Paradiso nella visione beatifica, neanche gli angeli lo potranno, eppure quanto più lo si ama tanto più lo si penetra, tanto più lo si gusta tanto più lo si conosce e, conoscendolo lo si ama ancor più in un circolo ascendente di contemplazione amorosa che nessuna penna umana è capace di descrivere.
In ultima istanza, per conoscere adeguatamente e apprezzare profondamente Tolkien bisognerebbe amare ciò che lui amava, sperare ciò che lui sperava, pregare come lui pregava, in altre parole, mettersi alla ricerca della Fonte della Vita. Quella Plenitudo Gratiarum, Maria sempre Vergine, la cui devozione Tolkien nutrì con la semplicità e spontaneità di un figlio; Pienezza di Grazia, dicevo, da cui si schiuse quasi un raggio di quella Bellezza tanto antica e tanto nuova che costituisce quell’aura calda e discreta che circonfonde l’epopea della Terra di Mezzo.
Ma sarà meglio terminare qui la, pur doverosa, premessa ed attraversare decisamente il fiume Brandivino per avventurarci nelle Terre Selvagge, non senza aver prima attraversato la terra di Buck e la Vecchia Foresta con la sola guida della Divina Provvidenza: non si sa mai una scorciatoia per i funghi, imboccata “per caso”, quali inaspettati incontri possa favorire…
Grampasso, un ramingo del nord, incappucciato, mezzo avvolto dalla semioscurità della locanda del Puledro Impennato in un crepuscolo avanzato, quasi notte, freddo e piovoso mentre ombre oscure si avvicinano silenziose da Est. Fuma la sua lunga pipa, gli occhi coperti ma ben attenti, celati dal cappuccio impolverato da un lungo viaggio scrutano la sala e gli avventori in cerca di qualcuno. Il suo aspetto a primo impatto non ispira fiducia, tutt’altro, sembrerebbe quasi un malvivente o comunque uno straniero poco amichevole. “Si alzò in piedi e parve all’improvviso diventare altissimo. Nei suoi occhi ardeva una luce penetrante e autoritaria. Scostando la cappa, mise la mano sull’elsa di una spada che pendeva al suo fianco dissimulata dalle pieghe del manto…abbassando verso di loro [gli hobbit] un viso improvvisamente addolcito da un luminoso sorriso. «Io sono Aragorn figlio di Arathorn; se con la vita o con la morte vi posso salvare, lo farò»”. Sia sufficiente questa breve descrizione per immaginarci il tipo che ci troveremmo innanzi se fossimo noi a doverci incontrare con Gandalf a Brea per muoverci, insieme con lui, verso Granburrone. Un simile personaggio corrisponde più o meno ad un guardiano, un cercatore selvaggio, un «wild rover» più abituato a vivere in mezzo agli animali della selva che con gli uomini, nella solitudine anziché nel villaggio, in pellegrinaggio piuttosto che nella stabilità di un focolare. L’immagine che ne emerge è quella di un anacoreta, di un guerriero solitario che dopo aver appreso dalla sua comunità d’origine, i Dùnedain, a combattere da monaco cenobita può diventare un guerriero eremita nel mondo, come l’Abba Gandalf e gli altri Istari. A questo proposito mi piace inquadrare i raminghi del nord secondo quanto la Regola di San Benedetto attribuisce agli eremiti; essi sarebbero «coloro che non sono mossi dall’entusiastico fervore dei principianti, ma sono stati lungamente provati nel monastero, dove con l’aiuto di molti hanno imparato a respingere le insidie del demonio; quindi, essendosi bene addestrati tra le file dei fratelli al solitario combattimento dell’eremo, sono ormai capaci, con l’aiuto di Dio, di affrontare senza il sostegno altrui la lotta corpo a corpo contro le concupiscenze e le passioni» (Regula c. I, vv.3-5).
Per una larga parte del racconto, Aragorn è conosciuto più come Grampasso che come l’erede di Isildur eppure questo ramingo del nord, avvolto in umili vesti, è colui che indossa il diadema del Re. Egli è colui che è destinato a prendere possesso del trono di Gondor e ristabilire la legittima monarchia sul più antico regno degli uomini della Terra di Mezzo. I sovrintendenti, dovranno cedere il passo a Grampasso, dovranno consegnare la sua eredità, dovranno restituire il talento loro affidato perché il Re di Gondor ristabilisca ogni cosa nell’ordine e nella giustizia di un tempo. Un pellegrino guerriero rivendica ciò che è suo, uno che ha passato la sua vita senza avere dove posare il capo, dovrà fissare la sua dimora e renderla stabile per sempre. Invisibile protettore delle genti, il ramingo e fuggiasco che ha speso la sua vita a difendere i confini della Contea e a combattere guerre per cui nessuno dimostrerà mai gratitudine deve ora farsi innanzi per fronteggiare il Male a viso aperto, non tanto per se stesso quanto per il bene degli altri. Nel personaggio di Aragorn vediamo via via che la trama si va definendo uno sviluppo del suo ruolo, un crescendo anche psicologico che lo conduce verso una maggior presa di coscienza della propria identità, potremmo dire, della propria “vocazione regale”.
È significativo che la nobiltà in Tolkien sia legata non solo alla bontà del cuore, cosa che prende forma nelle figure di Frodo e Sam, ma anche al sangue ossia al casato e alla stirpe carnale, e ne vedremo il perché. Il sangue reale come un patrimonio mai interrotto si trasmette di padre in figlio nelle alterne vicende del mondo. Le genealogie sono estremamente importanti per Tolkien: Aragorn si conosce in quanto figlio di Arathorn discendente di Isildur. La Tradizione mai interrotta, seppur occultata, è la garanzia dell’autorità legittima dell’erede al trono, il valore del suo sangue risiede nella sua antichità ossia nella sua diretta dipendenza dall’origine regale. Ma esso, nel corso del tempo, è stato certamente offuscato se non addirittura obliato dalla quasi totalità dei popoli che brancolano senza guida nella confusione e nella gretta empietà che tutto conduce all’autodistruzione, favorendo l’avanzata delle nere armate delle tenebre. In questo ceppo sanguigno che attraversa la storia si comprende come il Re sia tale anzitutto per diritto di natura, non c’è nessun’altro che possa vantare per sé il trono di Gondor che, altrimenti, sarebbe destinato a restare vuoto. Una possibilità questa che farebbe gola a molti custodi del tempio di Gondor e, oggigiorno, ai custodi del tempio di Cristo che è la Chiesa i quali, piuttosto che cedere la regalità a Colui che solo ne ha il diritto preferiscono volgersi al Palantìr per chiedere a “qualcun altro” quel potere agognato che, non li renderebbe veramente dei re ma delle patetiche e maligne caricature regali. Costoro non si curano dell’eredità, diremmo noi del gregge, loro affidata, non pensando che un giorno il Gran Re tornerà sulle nubi del cielo con il vessillo della Croce spiegato come nella raffigurazione scultorea che domina su Roma dalla facciata di San Giovanni in Laterano. Essi vivono per l’oggi, chiudendosi come disperati barricati dentro la sala del trono per impedire che il Re, il Vero Re, il Re della Gloria alzando le porte antiche la riconquisti, e li scacci fuori nelle tenebre esteriori. È questa la tentazione di Boromir e il peccato di Denethor che conduce inevitabilmente quest’ultimo alla pazzia e alla morte: chi non è come Dio ma brucia dal desiderio sciagurato di esserlo finisce col bruciare tra le fiamme dell’immane caos della notte eterna, e tale sarà, di fatti, l’ingloriosa fine di Denethor, sovrintendente-pastore di Gondor.
Abbiamo già compreso forse dove una tale simbologia voglia condurci: alla cristologia implicita di Aragorn, ma questo era facilmente prevedibile. Egli è il Gran Re che rivendica a sé il trono, avanza brandendo la Spada che anticamente aveva ferito e umiliato il Nemico delle anime. La spada spezzata segno di una stirpe stroncata a causa della colpa di colui che avrebbe dovuto superare la prova della tentazione sul Monte Fato e che, fallendo, trascinò con sé nella rovina tutta la sua discendenza. Ma un germoglio, un virgulto, una gemma di quella stirpe doveva essere il nuovo inizio. Da quell’albero secco di Minas Tirith il fiore della Grazia sboccia piccolo e discreto, mentre la civitas hominis va in fiamme. L’umanità ferita, come una spada rifusa nel crogiuolo e ricomposta più forte e splendente, viene ricostruita con il fuoco e la grazia, e brandita dall’unico capace di renderla letale per l’Oscuro Signore. Non è un caso che l’eroe per eccellenza dell’epopea della Terra di Mezzo sia un uomo e non un elfo, non cioè una creatura quasi angelica, disincarnata, a noi aliena ma è un uomo il cui sangue è al contempo umano ed elfico, mortale e immortale, un rimando, forse implicito, all’unione ipostatica del Verbo Incarnato il quale “pur essendo di natura divina non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,6-8).
Di fatto, notiamo un aspetto determinante e singolare nella psicologia di Aragorn: egli non vuole il trono. È questo un peso che lui deve portare, al pari di Frodo, malgrado se stesso. Non agogna il potere né il dover assumersi il peso e l’ingratitudine di popoli meschini che non lo vogliono come Re. Codesto sarà il secondo “fardello” del racconto, non esplicitato ma chiaro, latente eppur determinante. È questo il destino dell’erede di Isildur, la Divina Provvidenza lo ha disposto in maniera mirabile ed egli, da vero cristiano, da autentico cavaliere di Cristo, lo accetta, lo abbraccia come Nostro Signore Gesù Cristo nell’agonia del Getsemani. Il Gran Re, vero Dio e vero Uomo supplica il Padre di allontanare da sé il calice della Passione a motivo dell’ingratitudine e la perdizione di molti uomini che non profitteranno della sua Redenzione e, per i quali, quel Sangue Reale, preziosissimo quanto necessario al Sacrificio sarà versato in vano, anzi, per la loro rovina.
L’umanità di Aragorn si mescola alla sua origine, per così dire, “divina” in una complessità psicologica al contempo tormentata e nobile; un personalità introspettiva simile a quella di Agostino d’Ippona cui competé l’onere, suo malgrado, dell’episcopato, strappato alla solitudine della contemplazione perché si prendesse cura dei suoi sudditi. Afflitto dal peso che su di lui è ricaduto, il Re Ramingo procede guidato da un’invisibile forza che tutto dispone, anche il male, per il maggior bene dei giusti.
Deus, qui humanæ substantiæ dignitatem mirabiliter condidisti, et mirabilius reformasti: da nobis per huius aquæ et vini mysterium, eius divinitatis esse consortes, qui humanitatis nostræ fieri dignatus est particeps, Jesus Christus Filius tuus Dominus noster”. Una tale commistione di acqua e di vino, di humus et divus, costituisce la ricapitolazione della creazione e della redenzione perfettamente concluse e sintetizzate nell’unica Persona al contempo umana e divina del Cristo, perfetto Dio e perfetto Uomo, la cui doppia natura soltanto poteva procurare a noi la salvezza; in quanto Dio ci ha meritato una salvezza eterna ed efficace, in quanto Uomo ha ricostituito in giustizia la razza umana perché fosse resa atta a ricevere tale salvezza e riabilitata a prendere parte alla divinità come e più che non al Principio.
Ma c’è un’altra nota molto bella e significativa che distingue la figura di Aragorn, ossia quella definizione che nel libro suona quasi come una profezia secondo cui “le mani del re sono mani di guaritore”. Il fatto che un re cristiano, consacrato con un rito d’incoronazione che costituiva un sacramentale era, nell’evo cristiano, considerato come la condizione per cui il re, in virtù della sua regalità, possedesse poteri taumaturgici, ossia di guarigione e di esorcismo. E questo si è dimostrato vero non poche volte nelle vite di re santi, di regine e principesse sante. Certo la regalità non agiva ex opere operato come un sacramento ma, appunto, come un sacramentale cioè ex opere operantis. Una tale concezione la ritroviamo in Aragorn, figura e immagine di Cristo Re “il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui” (At 10,38). Un aspetto questo che ritengo la versione cinematografica abbia reso abbastanza fedelmente ed efficacemente, ossia la capacità di Aragorn di guarire le ferite del maligno e dei suoi emissari oscuri in quanto eletto e consacrato re già dal suo sangue. La facoltà che egli possiede di guarire le ferite inferte dall’Oscuro Signore, utilizzando per giunta l’atelas, non a caso «foglia di re», è un segno chiaro della sua unzione regale da cui si può cominciare a riconoscere in lui l’erede di Isildur, un po’ come Nostro Signore attraverso il suo potere di guaritore ed esorcista svela progressivamente la sua natura divina.
La regalità assoluta di Aragorn si mostra però non solo sul regno dei vivi ma anche su quello dei morti. Perché nel Suo nome ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; il suo sangue è il lascia passare per il regno dei morti, la via del Dimholt, il sentiero sotto la Montagna, un regno di sofferenza e di attesa, quasi un purgatorio dove coloro che non saldarono i conti a tempo dovuto, finché erano in vita, ora devono pagare fino all’ultimo spicciolo la loro infedeltà e vigliaccheria. In una discesa anastatica al limbo, il Rex omnium hominum promette a quelle ombre tristi e prigioniere libertà e pace, il riposo delle anime loro ma solo dopo che avranno contribuito al bene dei vivi. Una sorta di trasposizione fantasiosa della comunione dei santi in cui le anime sante e sofferenti del purgatorio le quali, nulla potendo più per se stesse, possono però molto per i vivi e, tramite la riconoscenza e carità di questi, abbreviare la loro permanenza sotto la dantesca montagna che conduce attraverso un’ascesa catartica alle prime sfere dell’Empireo. Un circolo di carità che unisce i vari strati dell’essere e i differenti livelli della vita in tempore et in aeternitatis, tenuti insieme dal solo sangue del Re dei vivi e dei morti, al cui giudizio né gli uni né gli altri potranno sottrarsi: “et iterum venturus est cum gloria iudicare vìvos et mòrtuos”.
E come non parlare, infine, di quell’amore tra il Nostro Re e quella donna immortale, figlia di una stirpe non umana, superiore e sacra, cioè separata, che porta il malinconico nome elfico di «Undòmiel», la Stella del Vespro. Nessun nome è casuale in Tolkien e il fatto che questa figlia di elfi sia chiamata «Stella del Vespro», richiama alla mente una luce che comincia a splendere nella notte mentre il suo chiarore si confonde col crepuscolo del sole ormai quasi scomparso dietro la linea dell’orizzonte. La razza degli elfi è al tramonto, il loro scopo in questo mondo è terminato ed ora questi primogeniti dei Valar lasciano il posto agli uomini, ma non abbandonano il mondo senza lasciare traccia del loro passaggio. Lasciano all’umanità nientedimeno che una luce del loro popolo, una gemma preziosa si offre spontaneamente: resta per amore di un uomo, per amore del Re rinunciando ai privilegi della sua razza, una personificazione dell’amor cortese che esprime, allo stesso tempo, anche il Mistero dell’Incarnazione nell’Emmanuele, il «Dio con noi». Arwen ed Aragorn in definitiva rappresentano un’unità indissolubile, un connubio ossia una commistione umano-divina che prolunga nel mondo la grazia degli elfi, la bellezza, la saggezza, la luce e quell’immortalità dei figli di Dio che costituisce il segno dell’origine e del destino di beatitudine eterna non più riservato ai soli elfi, che escono di scena, ma ora, grazie ad Aragorn e al suo matrimonio con Arwen, anche agli uomini.
Prepariamoci, dunque, al Ritorno del Re perché Egli avanza seppur nascosto qual ramingo, giusto samaritano, disprezzato dagli uomini e desiderato dalle genti, si avvicina e non tarderà. Porta con sé il premio, ma lo precedono i quattro cavalieri dell’Apocalisse, Fame, Morte, Guerra e Pestilenza. Soltanto dopo l’estrema battaglia alle soglie del Nero Cancello al termine di questa nostra breve vita, se avremo perseverato con Cristo, meriteremo di essere accolti nel sala del Trono ed ammessi, quali commensali, al banchetto dei cavalieri che hanno condiviso con il Re la fatica della lotta, il dolore delle privazioni insieme al piacere della sua compagnia, che allora non sarà più la Compagnia dell’Anello ma il festante coro dei beati nella cui gloriosa compagnia non dovremo più vergognarci.
O Rex omnium cordium, non tardare, Maranathà!

martedì 22 marzo 2016

Samwise Gamgee, il servo e l’amico

Samwise-Gamgee-samwise-gamgee-12089119-960-404
 
di Isacco Tacconi (Fonte: http://www.radiospada.org/)
 
Ogni personaggio tolkieniano esprime un aspetto particolare dell’animo umano e quantunque l’autore non abbia voluto scientemente comporre un’allegoria, ognuno dei protagonisti è realmente portatore dell’umanità così com’è vista dagli occhi di colui che li ha portati, per così dire, alla vita.
Tra queste sfaccettature che John Ronald Reuel è riuscito, da fine scrittore, a rappresentare non c’è né una a mio avviso così bella, così profonda, così edificante e toccante come quella di Samwise Gamgee.
Figlio di Ham (che significa «prosciutto») Gamgee, un gaffiere di…ma, a proposito, che cos’è un “gaffiere”? La traduzione letterale dell’originale inglese «gaffer» corrisponderebbe al nostro “compare” o “vecchio”. Le versioni italiane del Signore degli Anelli per la maggior parte l’hanno italianizzato in “gaffiere” il che non ha molto senso, eppure questo del tutto originale modo di riferirsi al proprio “vecchio” ha contribuito, per lo meno in Italia, ad alimentare un certo “vocabolario tolkieniano” per cui quando sentiamo la parola “gaffiere” non possiamo far altro che pensare a Tolkien e al suo mondo.
Ma procediamo. Di modeste origini i Gamgee, padre e figlio, sono dipendenti della famosa e benestante famiglia Baggins svolgendo per loro la mansione di giardinieri. Perciò, essendo già il servitore di padron Frodo in quanto operaio, Samwise verrà “esortato”, per così dire, da Gandalf a divenirne anche l’“angelo custode” nonché il suo più fedele compagno di viaggio. Infatti, soltanto l’umile “giardiniere” Gamgee berrà fino in fondo la feccia cui era destinato il suo padrone. Nessuno degli altri membri della Compagnia, elfi, uomini, nani o stregoni che partirono da Granburrone alla volta di Mordor sosterrà il peso che questo piccolo servo nel suo eroico nascondimento condividerà col “Portatore dell’Anello”.
Il personaggio di Sam è limpido, trasparente, semplice e genuino; banale come tutti gli hobbit epperò puro di cuore. Si può cogliere la portata del suo cordoglio per la partenza dell’amato padron Frodo nell’ultimo commiato ai Porti Grigi, solo se si considera che Sam non è esattamente uguale agli altri hobbit della Contea; egli è nostalgico e sognatore come Frodo benché più terragno e pragmatico, anch’egli desideroso di uscire, forse più inconsapevolmente che consciamente, dagli stretti e, bisogna dirlo, ottusi confini della Contea. “«Ho anche sentito dire che gli Elfi fuggono verso ovest. […] Stanno percorrendo centinaia e centinaia di miglia attraverso il Mare, con le vele issate al vento; vanno ad ovest e ci lasciano qui», disse Sam, come se canticchiasse una nenia, scuotendo gravemente il capo triste[1]. Anche Sam, come Tolkien, sente il richiamo delle “terre di là dal mare”, del sacro mistero, del leggendario che attraversa il mondo e che, coll’avanzare del Male, abbandona progressivamente questa Terra di Mezzo “per non tornare mai più[2]. Perciò l’interiore dicotomia del vecchio professore di Oxford che costituisce quasi l’ingrediente segreto che rende la sua opera così fiabesca e al contempo così intimamente aderente ad ogni spirito umano, traspare non solo nel personaggio di Frodo ma anche in Sam che vuole vedere gli Elfi e, contemporaneamente, non vuole lasciare la sua amata Inghilterra, cioè la Contea di Tolkien. E nel leggere le lunghissime e dettagliate, a volte tediose, descrizioni in cui il Libro molto spesso si perde deviando dalla narrazione principale, vien da chiedersi: cos’è che rende una fiaba, un racconto così affascinante e coinvolgente? Cos’è che rende il Signore degli Anelli un’opera così diversa da ogni altro romanzo fantastico? In parte lo abbiamo già visto nell’introduzione a questa serie di saggi, ma mi sembra opportuno ritornarvi sopra ancora un poco. La risposta alla domanda è: la tensione verso l’Assoluto, il desiderio del Paradiso, l’insoddisfazione di vivere in una terra “di mezzo” tanto attraente quanto insufficientemente appagante. «Noi tutti – diceva Tolkien – ne abbiamo nostalgia [dell’Eden], e lo intravediamo costantemente: tutta la nostra natura nella sua forma migliore e meno corrotta, più gentile e più umana, è impregnata della sensazione di “esilio”»[3].
L’umanità dei personaggi che li rende veri, palpabili quasi, a tratti ce li fa sentire nostri intimi amici e compagni in questo nostro viaggio che è la vita umana; un viaggio che ognuno deve compiere, interiormente, da solo verso il proprio (Monte) “Fato”. Eppure molto spesso, le più dolci consolazioni che proviamo in questa valle di lacrime ci vengono proprio da coloro che la Divina Provvidenza ci mette accanto, e con i quali condividiamo un tratto del nostro viaggio, dividendo con loro il pane, le lacrime, le gioie e le fatiche; d’altra parte, “in tre si è in compagnia”. Leggendo il Libro, ci si accorge che il tema dell’amicizia in Tolkien non è banale o stereotipato, né pedantemente moralistico ma è profondamente vero e personale. Tolkien fu un uomo che nell’amicizia ritrovò quei legami che troppo presto gli furono strappati. Bisogna considerare infatti che la sua vita fu drammaticamente segnata dalla morte; prima, ancora bambino, dei genitori e poi, da giovane ufficiale inglese nella Battaglia de la Somme, degli amici più cari. Una carneficina quella della Somme, che in un solo giorno falciò ben cinquantamila uomini. Un inferno che gli strappò tutti i suoi amici con i quali era partito dall’Inghilterra per andare a combattere una guerra che non era la sua, una guerra fratricida, satanica come mai si erano verificate prima nella storia dell’umanità. Quell’esperienza di morte e di desolazione si imprimerà profondamente nell’anima del giovane John come il più efficace e duro esercizio della Buona Morte che un uomo possa affrontare.
Non è un caso che un altro uomo di profonda fede cattolica, Eugenio Corti, scrisse dopo anni dal suo ritorno dalla Seconda Guerra mondiale un Romanzo autobiografico intitolato “Il Cavallo Rosso”. Perciò, quando guardiamo con affetto quasi familiare le foto del Professor Tolkien che si accende soddisfatto la sua pipa, oppure lo vediamo sorridere dolcemente con un’espressione che nulla ha di frivolo, pensiamo per un attimo a quelle immagini. Pensiamo a quelle scene di polvere, fango, paurose esplosioni, avanzate notturne mentre gli ufficiali con i fischietti comandano l’attacco sotto una pioggia invisibile di bombe improvvise come fulmini devastanti. Cadaveri sparsi, brandelli di ragazzi, fumo e fuoco che passando attraverso gli occhi che, come li definì Chesterton, sono le finestre dell’anima, si impressero in quel cuore radicato nei Cieli. La morte ha segnato tutta la vita di Tolkien e la morte è, dunque, il grande tema del Signore degli Anelli. Neppure gli hobbit in tutta la loro provincialità riescono ad evitarla.
Il nostro Samwise che “in inglese antico sta per «sciocco»”[4], rientra in quell’opera di valorizzazione dell’“ignobile” che stava tanto a cuore a John Ronald. Sam cioè rappresenta la nobilitazione del volgare senza cui lo stesso eroismo non avrebbe significato e consistenza. A detta dello stesso Tolkien “Sam è il personaggio più compiuto, il successore di Bilbo del primo libro, il vero hobbit. Frodo non è così interessante, perché deve essere di nobili sentimenti, e ha una vocazione. Il libro probabilmente finirà con Sam[5]. E così sarà. Samwise sarà il custode dell’avventura, proseguirà la missione di conservare la memoria delle cose che furono nel pur ordinario scorrere della vita della Contea “occupandosi del giardino e delle locanda”; Sam al pari di un monaco benedettino dell’anno 1000, nella solitudine, sconosciuta ai più, dell’orto botanico del monastero, contribuisce con il suo umile lavoro unito ai patimenti del Cristo, alla Redenzione del mondo.
Sam si preoccupa di condire i conigli con erbe aromatiche e patate stufate, mentre Frodo deve andare a distruggere il Male del Mondo, l’Unico Anello. È il compagno di viaggio che tutti vorremmo avere, perché con la sua pura ed ingenua positività alleggerisce il peso del dovere e del vivere. Il servitore di Frodo doveva necessariamente essere un hobbit ancora più semplice, se vogliamo più leggero, meno serioso; una creatura non dotta, non interessata alle faccende troppo complicate degli uomini, eppure determinato a non abbandonare il suo padrone in quella che entrambi sanno essere un viaggio senza ritorno. In questa umiltà di cuore di Sam risuona quella parola della Scrittura: “Signore, il mio cuore non è orgoglioso e i miei occhi non sono altezzosi; non aspiro a cose troppo grandi e troppo alte per me” (Sal 131,1). Il suo coraggio è straordinario in tutto il cammino ma a tratti si fa addirittura guerresco quando, per esempio, affronta Shelob, il ragno femmina che vuole divorare il suo padrone: “«Vieni lurida bestia!», urlò. «Hai ferito il mio padrone, bruto, e la pagherai. Noi andremo avanti, ma prima regoleremo i conti con te. Vieni, e assaggia di nuovo questa spada!»[6]. Ma accanto a questo ardore di Sam, il nostro caro nonno inglese ha voluto dedicare dello spazio a un elemento apparentemente secondario: il lembas.
La descrizione che Tolkien fornisce della virtù prodigiosa di questo pan di via elfico è straordinariamente aderente alla dottrina cattolica sulla Santa Eucaristia. Quel nutrimento così poco appetitoso e attraente costituisce il sostegno che consente ai due hobbit di giungere alla fine del loro viaggio. Ma ascoltiamo direttamente le parole del Professore: “Il lembas aveva una virtù senza la quale si sarebbero già da tempo lasciati morire. Non soddisfaceva la gola, ed a volte la mente di Sam si empiva d’immagini di cibo e del desiderio di semplici carni e di pane. Eppure, quel pan di via degli Elfi aveva una potenza che aumentava quando i viaggiatori lo consumavano da solo senza mischiarlo ad altri alimenti. Nutriva la volontà e dava forza per sopportare e controllare membra e nervi in misura superiore a quella posseduta normalmente da una natura mortale”[7]. Se non ci dicessero che questo brano si riferisce al lembas chiunque conoscesse un po’ del Catechismo di San Pio X penserebbe che esso parli dell’Augusto Sacramento dell’Altare. E certamente ad esso pensava Tolkien mentre descriveva questo prodigioso “pan di via” (viatico) che non dà gusto o piacere al palato eppure nutre più del cibo comune; conferisce le grazie per essere padrone delle proprie passioni e inclinazioni disordinate; empie di una virtù, cioè la grazia, senza la quale, dice, ci si lascerebbe morire; aumenta le sue proprietà se consumato a digiuno. E come non pensare al digiuno eucaristico che, all’epoca di Tolkien, veniva preso veramente sul serio tanto che si osservava dalla mezzanotte fino alla Messa del mattino dove si riceveva la Santa Comunione. Non era come propone il Catechismo riformato moderno che consente di fare la Comunione dopo soltanto un’ora di digiuno eucaristico: e che digiuno sarebbe? In un’ora la digestione, se va bene, è a metà del suo corso! Ma proseguiamo.
Che c’entra, direte voi, il lembas con una trattazione su Sam Gamgee? Bè, direi che è un elemento fondamentale che Tolkien ha voluto inserire e descrivere con dovizia di dettagli per sottolineare che non è per la sola buona volontà dei protagonisti, o per un loro eroismo innato dal sapore pelagiano-borghese che essi riescono a portare a termine la loro missione. Anzi, il lembas serve a rivelare ancor più la loro debolezza e la loro incapacità a portare un peso sovrumano che, proprio per questo, richiede un supporto sovrumano: la Grazia. Quell’habitus soprannaturale su cui Tolkien imperniò tutta la sua vita e che distingue così radicalmente la fede e la morale cattolica da qualsiasi altra forma contraffatta di cristianesimo, come l’anglicanesimo di C.S. Lewis per esempio.
Samwise, come Frodo, riesce a coronare l’opera a lui impostagli da Gandalf grazie al sostegno e al nutrimento quotidiano del pan di via e non perché fosse tanto (naturaliter) buono e capace. Lo abbiamo visto, e Tolkien tiene a precisarlo: Samwise è l’ignobile e il volgare che viene elevato e nobilitato, ma la sua dabbenaggine rimane tale. Tolkien per sua stessa ammissione amava le creature ignobili, quelle più semplici e poco attraenti. In questo senso gli hobbit esprimono questa sua predilezione nonché la sua personale identificazione con i deboli, con gli “antieroi”.
Ma ciò che colpisce e rende così amabile in particolare il personaggio di Samwise è la sua devozione, la sua incrollabile speranza, la sua indefettibile fedeltà al suo caro padron Frodo. Lo vediamo circondarlo di gesti di affetto e di consolazione: “Sam gli si avvicinò baciandogli la mano. «Allora quanto prima ce ne liberiamo, tanto prima riposeremo»”. E cercando in se stesso il coraggio e il modo per permettere al suo padrone di non fallire nella sua missione gli dichiara: “Coraggio, signor Frodo! Non posso portare io l’Anello, ma posso trasportare voi ed esso insieme. Alzatevi! Suvvia, signor Frodo, caro! Sam vi porterà in groppa. Ditegli dove deve andare, e lui vi andrà”. Il servitore dimentico di sé si rivela l’amico devoto che darebbe la sua vita, il suo corpo in sacrificio per amore del suo padrone. Considera se stesso quasi una bestia da soma, priva di volontà; ha dato tutto se stesso per il padrone lasciando campi, casa, famiglia e l’amore ancora non sbocciato di Rosie Cotton. E cosa ne ha ricevuto in cambio? fatiche, dolori, ansie e pericoli di morte.
Samwise è un vero Cireneo che porta e sopporta con Frodo le angustie e le sofferenze del Viaggio redentivo verso il Monte; che non solo deve sopportare i dolori e gli smarrimenti propri ma anche quelli del padrone facendoli suoi. L’umile servitore non è un grande guerriero come Boromir, né un abile e nobile elfo come Legolas e neppure di stirpe regale come Aragorn, ma tutto quello che è e possiede lo mette al servizio del padrone; non avendo altro da dare, consegna se stesso.
Eppure, il giardiniere di casa Baggins, avendo sacrificato tutto, ritroverà, in misura scossa e traboccante, tutto. Non tornerà a casa a mani vuote ma sarà proprio lui ad ereditare la casa sotto la collina insieme ai tesori di Bilbo, a significare che “chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi a causa del mio nome, ne riceverà cento volte tanto, ed erediterà la vita eterna” (Mt 19,29). Partito servo, tornerà padrone, umile ritorna ricco erede della famiglia Baggins. Verrà rivestito di gloria dall’invisibile giustizia della Provvidenza che dà ad ognuno il giusto salario, a suo tempo.
L’amico e il servo si fondono in un’unica persona o meglio, in una mezza persona: un mezz’uomo! Un hobbit che per la sua mitezza ha ereditato la terra e che, col suo permanere nella Terra di Mezzo, fa eco alle parole del suo amato padron Frodo il quale, mentre salpavano insieme per terre ignote lasciandosi alle spalle la loro amena ed amata Hobbiville, canticchiava come un viandante nella notte al solo lume di una debole torcia:
 
“La via prosegue senza fine
Lungi dall’uscio dal quale parte.
Ora la Via è fuggita avanti,
Devo inseguirla ad ogni costo
Rincorrendola con piedi alati
Sin all’incrocio con una più larga
Dove si uniscono piste e sentieri.
E poi dove andrò? Nessuno lo sa”.
[1] Il Signore degli Anelli, Rusconi, Milano 1999, p. 76.
[2] Ibidem.
[3] Dalla lettera del 30 gennaio 1945 a Cristopher Tolkien, in J.R.R. Tolkien, La realtà in trasparenza. Lettere (a cura di Humphrey Carpenter e Cristopher Tolkien), Bompiani, Milano, 2001, pag. 126.
[4] Dalla lettera del 31 maggio 1944 a Cristopher Tolkien, op. cit., pag. 97.
[5] Lettera del 24 dicembre 1944, op. cit., pag. 122.
[6] Il Signore degli Anelli, cit., p. 879.
[7] Ivi, p. 1117.

domenica 3 gennaio 2016

R. H. Benson, J. R. R.Tolkien, W. Golding: i tre “Lord” della letteratura inglese

di Luca Fumagalli (Fonte: http://www.radiospada.org/)
 
 
Le letteratura è costruita attorno a un fascio denso di relazioni, citazioni e rimandi. Così come tra le biografie di autori diversissimi tra loro per cultura o sensibilità possono trovarsi corrispondenze più o meno ampie, allo stesso modo nei romanzi è facile imbattersi in quelle che a tutta prima potrebbero essere solo coincidenze, ma che, andando più a fondo, si rivelano come sovrapposizioni significative e ben lontane dalla casualità. Molti esempi potrebbero essere fatti − si pensi al debito storico-culturale che ogni epoca nutre nei confronti delle precedenti − ma tutti i rapporti trovano la radice, il minimo comune denominatore nell’esperienza umana.
Questo è quello che è accaduto a tre grandi scrittori inglesi dell’ultimo secolo, lontani per formazione, ma accumunati da un medesimo problema: indagare con lo strumento della letteratura le origini e gli esiti ultimi del male metafisico che attraversa la storia. R. H. Benson, J. R. R.Tolkien e W. Golding − cattolici i primi due, agnostico di formazione anglicana il terzo − seppero tracciare con singolare efficacia nei loro lavori i tratti luciferini di un mondo preda dell’egoismo e del disordine. Nacquero così tre capolavori, tre famosi “Lord” che ancora oggi sono conosciuti e letti da un grande stuolo di appassionati. A Lord of the World (Il padrone del mondo) di Benson, pubblicato nel 1907, seguirono l’intramontabile classico di Tolkien, The Lord of the Rings (Il signore degli anelli) (1954-’55) e l’altrettanto fortunato, soprattutto in ambito anglosassone, Lord of the Flies (Il signore delle mosche) di Golding, dato alle stampe proprio nel 1954, lo stesso anno in cui uscì il primo volume della trilogia tolkeniana.
 
f1
 
Il “signore” a cui si riferiscono tutti è tre i titoli è il diavolo. Se Benson e Golding optarono rispettivamente per una perifrasi di derivazione neo e vetero testamentaria − tra le tante citabili «Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il principe del mondo» (Gv 14, 30-31) e «Andate e interrogate Baal-Zebub [letteralmente “il signore delle mosche”], dio di Ekròn» (2Re 1, 2) − Tolkien preferì riferirsi direttamente all’antagonista della sua opera, Sauron, una personificazione del male.
Proiettati verso i recessi dell’anima, attenti indagatori del cuore dell’uomo e delle contraddizioni che lo animano, i tre decisero di ambientare le loro narrazioni lontano dalla contemporaneità: prendere le distanze dal soggetto significava poterlo osservare più chiaramente, nel suo insieme, offrendo, nel medesimo tempo, un’analisi lucida quanto spietata.
Benson, per esempio, in Lord of the World parla di un universo distopico in cui l’ “umanitarismo”, una sorta di religione laica basata sul culto dell’uomo, soppianta il cristianesimo. Alla propaganda anticlericale fa seguito la violenza e la comparsa, nel doppiopetto del politico, dell’Anticristo, colui che tenterà di sferrare l’ultimo e fatale colpo alla Chiesa. Anche Golding si muove nella stessa direzione, ma il mondo futuro devastato dal conflitto atomico incide in piccola parte sulla trama che vede protagonisti alcuni giovani naufraghi, soli e senza adulti su un’isola deserta; i ragazzi, dopo aver tentato inutilmente di stabilire una rudimentale gerarchia di compiti e ruoli, cadono presto vittima degli istinti ferini inaugurando una spaventosa carneficina. The Lord of the Rings, il massimo esponente del genere “fantasy”, colloca la storia in un universo totalmente altro chiamato “Terra di mezzo”. Qui, dopo secoli di quiescenza, il signore oscuro si è risvegliato e brama con i suoi eserciti di riprendere l’anello del potere, l’unico oggetto che gli permetterebbe di sottomettere le genti libere dell’ovest.
 
f2
 
A partire dalla presa di coscienza condivisa che il male, lungi dall’essere solo qualcosa di esterno, è parte dell’essere umano − anche un insospettabile come Golding parlava a questo proposito di “peccato originale” − ai tre autori si pose con urgenza la domanda se la malvagità fosse emendabile oppure se le tenebre fossero destinate a trionfare su una realtà inerme e corrotta. Ed è a questo punto che le risposte degli scrittori si differenziano notevolmente. Se in Lord of the World l’Anticristo riesce a conquistare la terra ma è schiacciato dalla seconda venuta del Figlio di Dio − che ha inizio nel momento in cui vengono uccisi gli ultimi cristiani − The Lord of the Rings fa del gesto generoso e disinteressato dei protagonisti l’antidoto per sconfiggere Sauron. Frodo, il portatore dell’anello, e con lui gli altri comprimari, riescono a trionfare nel momento in cui si scoprono capaci di superare limiti ed egoismi, di alzare lo sguardo oltre le maglie della tentazione per assaporare un orizzonte colmo di speranza (il tutto accompagnato da uno sguardo corale rintracciabile anche in Golding e Benson).
Nell’opera di Golding, al contrario, il male e la violenza hanno l’ultima parola. Significativa è la scena conclusiva del romanzo in cui i ragazzi, salvati da un gruppo di soldati, sono ricondotti in un mondo dilaniato dalla guerra, una versione adulta delle sanguinose caccie all’uomo che avvenivano sull’isola. Non esiste Grazia divina o possibilità di redenzione come in Benson e Tolkien; qui, soli con se stessi, i protagonisti vengono  lacerati dalla “bestia” che è in loro e di cui non riescono a liberarsi: il “signore delle mosche”, tragicamente rappresentato da una testa di maiale conficcata su un palo, alla fine ottiene la vittoria.
Nonostante le differenze, tra Benson, Tolkien e Golding vi è una profonda analogia, del resto tipica di un certo filone della letteratura britannica novecentesca, costretta a fare i conti con i morti e gli orrori di due guerre mondiali. L’asserzione che il progresso, l’inesorabile avanzare del tempo, corrisponda a una regressione è parte integrante della poetica di tutti e tre gli scrittori. Non si parla solamente di sviluppo materiale e tecnologico, quanto di un’idea storiografica generale per cui, con il passare degli anni, l’umanità è destinata a scendere sempre più negli abissi dell’abiezione e della corruzione morale.
 
f3
 
Al di là dei selvaggi moderni dipinti da Golding − che a questo tema dedicò il romanzo The Inheritors (Uomini nudi) − sorprende trovare il paradossale rapporto evoluzione-involuzione anche in lavori caratterizzati da una prospettiva ultimamente positiva come, appunto, Lord of the World e The Lord of the Rings. Nel primo caso il mondo, sempre più lontano dalla Chiesa, abbraccia l’apostasia, mentre nel libro di Tolkien, anche se il bene trionfa, l’epoca degli elfi, il popolo meno corrotto tra quelli che vivono nella Terra di mezzo, è ormai giunta al termine.
La risposta a questa apparente contraddizione si trova nella radice cattolica comune a entrambi gli autori. La Chiesa inglese, dai tempi di Elisabetta, era stata costretta a vivere nella clandestinità e la gerarchia ecclesiastica era stata rispristinata solo a metà del XIX secolo. Obbligati a vestire gli scomodi panni della minoranza perseguitata, i “papisti”, come venivano spregiativamente chiamati dai protestanti, maturarono una sensibilità peculiare rispetto a quella dei cattolici del continente, alieni da condizioni tanto dure. Convinti che la battaglia terrena fosse votata alla sconfitta, pur guardando con fiducia a Cristo anche diversi scrittori si adeguarono a questa vena di fatalismo tragico in temporibus. Non a caso Benson pubblicò numerosi romanzi storici dedicati alle persecuzioni anticattoliche e Tolkien lasciò tra le sue carte diverse annotazioni circa un possibile seguito di The Lord of the Rings in cui il male sarebbe ritornato per l’indolenza dell’uomo.
A prescindere dalle differenze che corrono tra essi, i tre “Lord” della letteratura inglese meritano dunque di essere letti e meditati perché mai come in questi testi l’anima dell’uomo sfibrata dal peccato ha trovato narratori all’altezza, ognuno capace con il proprio portato culturale di affrontare brillantemente un tema spesso dimenticato, eppure di capitale importanza. Per il lettore che avrà il coraggio di affacciarsi sul “cuore di tenebra” dell’umano descritto da R. H. Benson, J. R. R.Tolkien, e W. Golding le sorprese certamente non si faranno attendere.