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sabato 17 maggio 2014

Il senso del combattimento e della dignità nobilitata

Neuschwanstein

Il castello costruito dal Re Luigi II di Baviera (Germania secolo XIX), è famoso in tutto il mondo. Corrisponde a una concezione che potremmo qualificare romantica e wagneriana del Medioevo.

È un’opera architetturale che possiede questo punto caratteristico: l'uomo che lo immaginò volle che riflettesse tutto lo spirito medioevale, ossia, il senso del combattimento e della dignità dell'uomo nobile di quel periodo storico.

È situato in un panorama estremamente favorevole: un esteso profilo montagnoso, che si  prolunga e scende.  Di conseguenza, il castello si trova in una specie di apice in rapporto a tutte le altre realtà circostanti, avendo come sfondo due begli aspetti della natura: i laghi – sempre con acqua purissima su quelle altitudini montagnose – e una foresta. Non una foresta vergine, benché sia talmente fitta e vigorosa che da la sensazione di trovarsi dinanzi a una foresta vergine.

A mio avviso, la prima impressione che il castello suscita è causata dalla disposizione  delle torri, soprattutto quella più alta, che sembra sfidare i monti retrostanti, come chi dice: "Io sono la vetta del mondo e non v’è nessuno più alto di me".

Il corpo principale del castello, costituito da diversi piani, è il trait d’union fra due altri edifici che culminano anch'essi con torri, ma di altezze ineguali. In seguito, si può ammirare l'ingresso del castello, che conclude e ravvolge tutta l'atmosfera di grandezza visibile, e la racchiude in una specie di coppa, rappresentata dal cortile interno dell'edificio. Si tratta di una costruzione di pietra o di mattone rossastro, con un magnifico portale. Da l'idea di qualcosa di gerarchico. Guardando dal basso verso all'alto, si nota una grande terrazza, dalla quale si domina tutta la natura.

 Il castello riflette un aspetto altamente gerarchico della grandezza, la quale si sdoppia nei suoi gradi, sino a raggiungere gli uomini più modesti. Offre come una carezza a chi vuole entrarci con buone intenzioni, ed esprime una minaccia a colui che, invece, vuole  entrarci malintenzionato. Perché questo castello rivela qualcosa di una fortezza, e questa esprime un che di prigione. Si percepisce l'esistenza, concreta o possibile, di carceri sinistre nella parte inferiore, adibite per punire il crimine.
Newschwanstein è, dunque, un castello altamente simbolico.

(Plinio Corrêa de Oliveira, 2 Luglio 1970)

domenica 11 maggio 2014

Teramo 26 Aprile: "L'Europa tra Sodoma e Gomorra" - i filmati degli interventi

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Riportiamo qui i filmati degli interventi dell'incontro avvenuto il 26 Aprile scorso a Teramo: "L'Europa tra Sodoma e Gomorra".
In occasione della presentazione del libro di Danilo Quinto, hanno parlato, oltre all'autore, il Prof. Viglione e l'Avv. Ferrari.

Buona visione.


 
 
 
 
 
 
 

martedì 28 gennaio 2014

LE TAPPE DELLA RIVOLUZIONE NELL'ECONOMIA-Verso la socializzazione universale

Articolo apparso sul n. 15 di Cristianità

1. DAL MEDIOEVO AI NOSTRI GIORNI


La maggior parte delle persone, al giorno d'oggi, è propensa a credere che il ritmo agitato della vita quotidiana, e la particolare importanza che in essa assumono le preoccupazioni di ordine economico, costituiscano un elemento costante nelle società umane, e derivino necessariamente da certe insopprimibili tendenze degli uomini. Specialmente quanti abitano nelle grandi città moderne e non conoscono la pace e la tranquillità della vita in certe zone non ancora coinvolte nel progresso materiale, ascoltano con sorpresa e scetticismo l'affermazione secondo cui una tale concezione non corrisponde alla realtà.
L'attuale predominio delle preoccupazioni di carattere economico è una caratteristica della nostra epoca ed è sorto con essa. Questa situazione corrisponde alla condizione spirituale propria di quanti hanno contribuito direttamente o indirettamente alla realizzazione del mondo capitalista e socialista.
L'uomo non è una creatura con una natura semplice, la cui vita sia determinata istintivamente, come accade negli animali. Egli è dotato di una intelligenza che orienta la sua azione. Il suo modo di agire corrisponde sempre a una dottrina o almeno a uno stato d'animo. In ogni epoca storica si possono indicare certe idee e forme di pensiero predominanti, che a essa danno il suo aspetto specifico, perché l'essere razionale tende sempre a conformare i suoi atti alle sue idee.
Percorrendo la storia economica e sociale della civiltà occidentale, in essa si possono distinguere chiaramente due epoche. La prima - il Medioevo - è caratterizzata dalla vigorosa presenza di istituzioni ispirate dai princìpi del diritto naturale. In questa epoca si può dire che la civiltà cristiana ha trovato la più completa realizzazione da essa fino a oggi raggiunta. La seconda - che abbraccia quello che si è convenuto di chiamare Evo Moderno ed Età Contemporanea - si distingue per un progressivo indebolimento delle istituzioni ereditate dal periodo precedente, parallelamente a un graduale rafforzamento di idee e dottrine anticattoliche. Siccome l'uomo tende naturalmente a vivere come pensa, nella misura in cui la civiltà occidentale accetta questi nuovi princìpi, si cerca in tutti i modi di adattare alle nuove opinioni le istituzioni nate nel Medioevo, ed esse si indeboliscono.
Nel Medioevo il cattolicesimo occupava una posizione centrale nella vita degli uomini. Gli aspetti economici e sociali dei rapporti umani erano affrontati alla luce della morale e della religione. Con l'avvento del mercantilismo e i progressi dell'assolutismo e del centralismo monarchico, le considerazioni di ordine puramente economico assumono un ruolo sempre più preponderante nell'esistenza quotidiana. Le epoche posteriori al Medioevo sono caratterizzate da un grande sviluppo del pensiero economico, e da una influenza sempre maggiore degli interessi materiali nell'insieme della politica dei paesi europei.
Chi scorre un qualsiasi manuale di storia delle dottrine economiche è portato a credere che esistano profonde divergenze tra le correnti dominanti dopo il Medioevo. Infatti, mercantilismo, capitalismo e socialismo sembrano separati gli uni dagli altri da un abisso insuperabile. In realtà le divergenze derivano da elementi occasionali e concreti che non giungono ad annullare il denominatore comune che li unisce. Soggiacenti a questi tre sistemi sono la stessa concezione della società e gli stessi presupposti riguardanti la natura e i fini dell'uomo. Ma, nel mercantilismo, questi princìpi operano su di una struttura sociale ed economica ancora molto organica e incontrano una forte resistenza, e questo obbliga il sistema ad adattarsi. Si costituisce così un regime ibrido, antiche forme di organizzazione della vita economica (per esempio, corporazioni di mestiere) sussistono accanto a nuove istituzioni (imprese di tipo capitalistico come le compagnie di navigazione). Ma l'ulteriore sviluppo della organizzazione sociale ed economica dell'Occidente sarà caratterizzata da un progresso continuo dello spirito mercantilistico. Si giunge così al capitalismo che rappresenta una tappa più avanzata, poiché in esso vi è maggiore coerenza tra le istituzioni e le idee economiche. Nel socialismo, infine, troviamo il pieno sviluppo di queste idee, poiché i princìpi utilitaristici si estendono a tutti i campi della vita umana.
La presentazione dei tratti che caratterizzano le epoche posteriori al Medioevo è molto istruttiva, e offre una riprova del progressivo sviluppo e dominio delle nuove concezioni economiche.
Nel Medioevo abbiamo visto istituzioni ispirate dai princìpi dell'autentico ordine naturale; una società nella quale le forze economiche svolgevano un ruolo secondario; dove le diverse classi si strutturavano in una gerarchia (clero, nobiltà, borghesia e popolo), il cui principale fondamento non stava nella ricchezza; dove la politica economica, nel senso moderno della parola, non esisteva, ed era compito delle corporazioni orientare e sorvegliare l'esercizio dei diversi mestieri; dove, nella maggior parte dei casi, i mercati erano locali e limitati a determinati prodotti, permettendo alle operazioni economiche di svolgersi secondo norme tradizionali; dove, infine, le teorie economiche si fondavano su princìpi morali, in modo tale da svolgersi attorno alle nozioni di giusto prezzo, di salario, di usura, ecc.
Nell'epoca mercantilistica la borghesia incomincia a crescere di importanza e a soppiantare a poco a poco l'aristocrazia rurale. Ha inizio la politica che mira a potenziare economicamente lo Stato. Si ampliano lentamente i mercati, che da locali diventano regionali e quindi nazionali. Le teorie economiche assumono caratteri in contrasto con la loro epoca, perché sono nello stesso tempo liberali e favorevoli al dirigismo statale.
Nel capitalismo liberale, che si sviluppa dopo le guerre napoleoniche e acquista pieno vigore a partire dalla metà del secolo XIX, le concezioni fondamentali sono le stesse che avevano informato lo Stato mercantilista, con l'unica differenza che ormai gran parte delle nuove dottrine si era infiltrata nell'organizzazione economica, dando origine a istituzioni e a tipi di comportamento nuovi. Ormai lo Stato autoritario non era più necessario, e quindi si liberalizza.
Nasce infine il socialismo, come la forma concreta più perfetta delle idee sorte all'alba del mondo moderno. Abbiamo allora come operatore economico un burocrate che riceve ordini; una società nella quale la gerarchia è condizionata dalle funzioni economiche esercitate dagli individui; dove la politica economica è fatta tramite organismi statali pianificatori; dove i mercati sono diretti dallo Stato; una società i cui membri sono modellati nel loro comportamento e nelle loro inclinazioni dalla propaganda; una società nella quale l'individuo assomiglia sempre più all'uomo astratto delle teorie economiche.
In questi tre sistemi incontriamo gli stessi presupposti che informano di volta in volta situazioni storiche diverse: nel mercantilismo è necessario l'intervento dello Stato per provocare il crollo del sistema medioevale; nel capitalismo vi è una prima fase liberale per il consolidamento delle conquiste precedenti, e una seconda interventista e concentrazionista che prepara l'avvento del socialismo, il quale a sua volta costituisce lo stadio più avanzato di questa evoluzione. In un certo senso si può dunque dire che tutti questi sistemi sono socialisti, e che la differenza esistente tra mercantilismo, capitalismo e socialismo è una differenza di grado e non di natura. Ognuno di essi realizza in un modo più completo e più coerente del precedente i massimi desiderata della società materialista e naturalista.
La stessa evoluzione si rivela dall'analisi dei tipi umani che meglio caratterizzano queste diverse epoche, attraverso i quali si può osservare come l'asse della vita si vada lentamente spostando dalla religione alla economia, fino al completo predominio di quest'ultima.
In una economia organica come quella medioevale, gli uomini non consumavano l'esistenza nell'esercizio febbrile e ambizioso di attività lucrative. Tutto era incomparabilmente più calmo di oggi. La società era organicamente gerarchizzata in gruppi sociali distinti, e ogni individuo e ogni famiglia doveva guadagnare soltanto quanto bastava a conservare la sua posizione sociale. Le sue spese raggiungevano un livello tradizionalmente stabilito e che variava assai poco. Di conseguenza non esisteva l'avidità - così comune ai nostri giorni - di remunerazioni sempre più elevate, che trasforma l'esistenza in una vera lotta. In quell'epoca, dice Sombart, "l'economia [...] è sottomessa al principio della soddisfazione dei bisogni" (1). "[...] contadini e artigiani, con la loro normale attività economica, cercavano il proprio sostentamento e nulla più" (2).
Con l'avvento del mercantilismo gli spiriti subiscono, a poco a poco, un profondo mutamento. Si interessano sempre più della ricerca del denaro, considerato in un primo momento come un semplice mezzo che permetta di raggiungere una posizione sociale più elevata e una vita più confortevole. Fatta questa prima concessione al demone dell'economia, gli uomini si lasciano dominare sempre più da esso, fino a diventare suoi schiavi. Così come succede per qualsiasi tentazione, questa non si è presentata fin dall'inizio in tutta la sua abiezione. Ai figli dell'Evo Moderno, che ambiscono la ricchezza, si consiglia di dedicare soltanto un breve periodo della loro vita agli affari, al fine di acquisire una fortuna che procuri a essi un ozio "cum dignitate" lungo e confortevole. E' quanto si può osservare nel mercantilismo. Questa fase di transizione tra il Medioevo e il capitalismo è stata magistralmente descritta da Sombart: "In tutti i libri commerciali italiani si trova la nostalgia di una vita tranquilla in campagna: il Rinascimento tedesco rivela nei commercianti la stessa propensione a nobilitarsi e tale propensione la troviamo immutata nelle abitudini dei mercanti inglesi nel secolo decimottavo. L'ideale della rendita ci appare dunque qui [...] come un segno comune a tutto l'atteggiamento economico paleo-capitalistico.
"Come dominasse ancora il mondo commerciale inglese, nella prima metà del secolo decimottavo, ce lo dimostra [...] Defoe nelle sue riflessioni, con le quali accompagna la consuetudine palesemente generale dei mercanti inglesi di ritirarsi per tempo dagli affari (nel capitolo XLI della quinta edizione del Complete English Tradesman).
"Così egli opina: quando uno ha guadagnato 20.000 sterline, è ben giunto per lui il momento di ritirarsi dagli affari. Con questi denari egli può già comperarsi una discreta proprietà, e così entra a far parte della gentry. A questo gentleman di nuovo conio, egli dà come guida questi insegnamenti: 1. egli deve continuare anche in avvenire la sua vita economica: della sua rendita di mille sterline deve consumarne al massimo 500, e con le economie deve ingrandire la stia proprietà; 2. non deve abbandonarsi a speculazioni e non deve prendere parte a fondazioni: si è ben ritirato per godere quel che ha guadagnato (retyr'd to enjoy what they had got): perché rimetterlo in gioco in imprese temerarie?" (3).
In queste parole è descritta la nascita dell'uomo d'affari dinamico, dello speculatore di borsa, del capitalista che non sa fare altro che affari e a cui piacciono solo gli affari, del socialista pianificatore che in tutto il complesso della vita politica e sociale coglie soltanto gli aspetti economici. Come abbiamo visto, la tentazione era presentata molto bene. Non si chiedeva neppure che gli uomini mutassero le loro abitudini. Il loro modo di vita continuava a essere ampiamente influenzato dai modelli antichi. "Il comportamento dignitoso, l'apparenza alquanto rigida e pedantesca del borghese vecchio stile erano soltanto l'espressione esteriore di quella calma intima e di questa misura. Non possiamo immaginarci un uomo frettoloso con indosso le lunghe zimarre del Rinascimento o i calzoni corti e le parrucche dei secoli successivi. Contemporanei degni di fede ci descrivono il mercante come un uomo che avanza sempre ponderatamente, mai in fretta, e proprio "perché" fa qualche cosa. Sappiamo che nella Firenze del secolo decimoquinto, "soleva dire messer Alberlo, omo destissimo et faccentissimo, che mai vide omo diligente andare se non adagio"" (4).
Ma con l'evolvere di queste tendenze e con lo sviluppo del capitalismo, l'uomo attivo in campo economico si lascia assorbire sempre più dagli affari, e in questo modo vengono dimenticati, e relegati in secondo piano, quegli obiettivi più elevati che, precedentemente, cercava di raggiungere dopo una certa età e un certo tempo di attività. Il demone economico ha lasciato la fase della tentazione: adesso, nel capitalismo, è signore di schiavi, molto ben descritto dallo stesso Sombart: "nell'animo dell'imprenditore [capitalista], in conseguenza dell'eccesso di lavoro, e specialmente dell'ingolfarsi in questioni di affari che non gli lasciano tempo per altre cose, tutti gli altri interessi scompaiono: natura, arte, letteratura, Stato, amici, famiglia non possono più esercitare alcuna seduzione su di lui, che perciò si sente pervaso da un insopportabile senso di fastidio e di desolazione quando abbandona il mondo delle cifre che lo sostiene e gli dà calore e vita. Nel mondo degli affari, invece, trova tutto quanto gli dà sollievo, gli dà coraggio, lo fa felice; ha la sensazione di trovare lì la sua vera patria, la fonte di giovinezza che gli dà nuove forze, la sorgente che gli dà nuova vita, quando è assetato. Non meraviglia quindi che finisca per consacrare il suo amore a questo mondo" (5).
Tuttavia non termina ancora qui l'evoluzione che analizziamo. Dopo la schiavizzazione dell'uomo agli affari, la tappa seguente consiste nei sottomettere alla economia tutto l'ordine sociale e politico. Di questo compito si incarica il socialismo, che porta così alle sue ultime conseguenze la concezione economica della vita. Allora tutto si burocratizza. Non vi è più posto per la religione, per il pensiero, l'arte e tutti i valori morali e intellettuali. L'unica finalità della civiltà diventa l'accelerazione dello sviluppo economico dei popoli e il rafforzamento degli Stati. Di conseguenza tutti gli uomini si dividono in due categorie: quella costituita da coloro che pianificano nei minimi particolari la vita della collettività, e quella formata da quanti eseguono tali piani. I paesi moderni assumono così la forma di gigantesche imprese industriali e commerciali, mentre i governi assumono l'aspetto di direzioni amministrative e vi è posto soltanto per individui con inclinazione al puro sapere pratico.
Così si sono istituzionalizzate le dottrine economiche sorte al tramonto del Medioevo. E così, di conseguenza, è nato l'attuale modo di vita - che pone le preoccupazioni di ordine materiale sopra qualsiasi considerazione di ordine spirituale -, diametralmente opposto ai princìpi dell'ordine naturale ispiratori delle istituzioni medioevali.

2. IL CAPITALJSMO
Ripercorrendo le tappe della rivoluzione ugualitaria nell'economia dei paesi occidentali, abbiamo avuto modo di mettere in evidenza che il capitalismo è stato, nei secoli XIX e XX, uno dei tratti di questa evoluzione. Ammessa questa tesi storica, non ne segue però che noi cattolici dobbiamo assumere nei confronti del capitalismo lo stesso atteggiamento di rifiuto integrale che assumiamo verso il socialismo e il comunismo. Non sono di questa opinione i cosiddetti cattolici di sinistra, che condannano il capitalismo considerato in sé stesso e lo attaccano almeno con la stessa violenza con cui criticano certi aspetti del marxismo o dei sistemi socialisti. Perciò ora ci proponiamo di sottoporre il regime capitalista a una breve analisi critica, alla luce della dottrina della Chiesa, che ci metta in grado di indicare quale delle due posizioni ricordate possa essere giudicata ortodossa. Cominciamo prendendo in esame che cos'è concretamente il capitalismo.
Per un esame approfondito, affrontiamo il problema sotto diversi aspetti: quello economico, quello sociale e quello morale.
Dal punto di vista economico, il capitalismo è il sistema caratterizzato dall'accettazione del principio della libera iniziativa nell'azione economica degli individui. La molla propulsiva di questa iniziativa si trova nel desiderio di guadagno. Gli individui costituiscono imprese e cercano di espandere le loro attività avendo di mira il ricavo di guadagni. Quanto maggiore è l'ambizione, tanto maggiore sarà il numero delle iniziative, delle intraprese, delle invenzioni, ecc. Altro istituto tipico del capitalismo è quello del salariato, che consiste nell'affitto del lavoro, mediante remunerazione in denaro o, in casi eccezionali, in beni. Che il salariato non sia per nulla contrario alla dignità della persona umana, lo ha già dichiarato il Papa Pio XI, affermando che in sé non presenta nulla di intrinsecamente cattivo (Quadragesimo anno).
Dal punto di vista economico, e prendendo in considerazione soltanto i suoi princìpi, nel capitalismo non abbiamo niente da condannare.
Dal punto di vista sociale, si nota che in questo sistema la differenziazione delle classi si basa quasi esclusivamente sulla predominanza dei valori monetari. Gli strati superiori della popolazione cessano, per gran parte, di essere costituiti secondo il criterio del sangue e dei servizi prestati al re o ad altri superiori gerarchici, come nel Medioevo, per nascere come una conseguenza dei possesso di ricchezza.
In conseguenza dell'azione di questo principio di selezione delle classi alte, nel capitalismo si osserva una accentuata capillarità sociale, cioè sono molto numerosi i casi di ascesa rapida ai vertici della società, e di rapido decadimento di membri della oligarchia dominante. Questo fenomeno, molto evidente negli Stati Uniti, dove il capitalismo ha raggiunto un elevato grado di coerenza e di sviluppo, è forse meno visibile in altri paesi di qua della cortina di ferro, ma opera in tutti.
Evidentemente questa forte capillarità si traduce in una periodica e celere rotazione delle élites. E' evidente l'instabilità che questo fatto comporta per la vita sociale.
La preservazione della civiltà cattolica esigerebbe un sistema diverso, capace di garantire per molte generazioni la trasmissione dei caratteri, delle abitudini e dei progressi morali acquisiti dagli individui e dalle famiglie. Evidentemente, l'umanità come tale non potrà mai superare in tutto le deficienze derivanti dal peccato originale ma, nella misura in cui una civiltà si cristianizza, tende a convertire in abitudine sociale le virtù cristiane. Tali abitudini devono impregnare la vita sociale al punto da trasformarsi in una seconda natura, che gli individui acquisiscono quasi insensibilmente, per il solo fatto di vivere in questo ambiente sano e cattolico. Ma, a questo scopo, è necessario che le famiglie, specialmente quelle aristocratiche, possano mantenersi, per molte e molte generazioni, senza doversi impegnare in attività economiche troppo assorbenti.
Non vogliamo dire che il denaro debba essere assolutamente condannato come elemento differenziante delle classi sociali. Intendiamo solo affermare che esso non è l'unico e non può essere il principale elemento di questa differenziazione. Nel Medioevo e nell'Antico Regime l'accesso alla nobiltà era possibile soltanto dopo che la famiglia che pretendeva questo stato avesse provato che per tre o quattro generazioni aveva avuto fortuna e aveva mantenuto un modello di vita corrispondente a quello di nobile, e che, inoltre, aveva prestato al re servizi tali da giustificare la promozione. In questo modo, le élites si depuravano lentamente, e avevano il tempo (contato in generazioni) di assorbire le abitudini, i sentimenti e, in un certo senso, l'atteggiamento psicologico dell'aristocrazia. Quando a distinguere e a differenziare le classi è principalmente o quasi esclusivamente il denaro, cessa di svolgersi questo accurato processo di selezione e di perfezionamento. Le famiglie si mantengono in primo piano per poco tempo, poi o trascurano i propri beni per dedicarsi alla cultura, e sono così condannate a impoverire e a perdere la propria posizione, oppure, per evitare questo, sono assorbite dalla vita economica e abbandonano la vita della cultura. Per un processo o per l'altro le élites dirigenti sono destinate a un continuo rinnovamento delle famiglie che le compongono. La stabilità necessaria al raffinamento e al perfezionamento della cultura cessa di esistere. Questo sistema di intensa capillarità sociale porta con sé il gusto delle novità, inclinazione che, se esagerata, contribuisce a rompere i vincoli che devono normalmente legare le generazioni, e che al contrario sono molto fortificati dalla conservazione di oggetti e di ambienti antichi, specialmente quando hanno appartenuto a una stessa famiglia per secoli.
In campo morale non si può passare sotto silenzio un principio che è stato frequentemente accettato dal capitalismo come una verità indiscutibile: quello della indipendenza della economia dalla morale. Vi è stato un trattatista che è giunto a trarre da questo postulato tutte le sue conseguenze, al punto da affermare che commette un errore economico chi, potendo rubare, non ruba. In realtà, pochi sottoscriverebbero questa affermazione, il che non impedisce che il sistema capitalista, considerato in concreto, sia vissuto più o meno sotto l'imperio di questo principio.
Dal punto di vista morale non si può accettare lo sfruttamento di passioni umane inferiori come molle propulsive dell'economia. E' quanto è stato fatto, da tanti capitalisti, con l'ambizione di arricchire e l'invidia dei superiori. Vi è in ogni uomo un desiderio, che può essere sano e ordinato, di migliorare le condizioni materiali della propria vita, ma il capitalismo ha cercato di esacerbare questa inclinazione, suscitando negli individui necessità fittizie che li portano ad applicare alla attività economica tutte le loro energie e capacità, e li sviano da qualsiasi altra manifestazione della loro personalità. Vita di famiglia, cultura, religione, tutto è sacrificato al "grande ideale" dell'arricchimento, che a sua volta garantisce agli individui l'ascesa sociale.
Come si vede, questi apprezzamenti morali toccano il capitalismo come è storicamente esistito. Però, considerando questo regime senza gli abusi a cui si è prestato, e solamente nei suoi aspetti più essenziali, non si può dire che abbia qualche aspetto contrario alla giustizia e alla carità.
L'elenco degli aspetti del capitalismo che abbiamo presentato è esemplificativo, e non pretende di esaurire le caratteristiche di questo sistema: ma è soddisfacente per i propositi di questo articolo. Questa enumerazione ci sembra già sufficiente per giustificare l'affermazione secondo cui il capitalismo non corrisponde all'ideale di una civiltà cattolica, ma non è neppure la realizzazione del suo estremo opposto.
Si tratta, in via di principio, di un sistema legittimo, benché sia lontano dall'essere perfetto. In esso sono almeno rispettati due valori o diritti fondamentali della persona umana, cioè la proprietà privata e la preminenza dell'individuo sullo Stato. Il capitalismo permette che sussista la disuguaglianza sociale, benché tenda ad alterare costantemente, attraverso una rotazione rapida e continua, la composizione delle élites e delle classi superiori. La proprietà e la libera iniziativa costituiscono in esso un potente ostacolo alla realizzazione dell'ugualitarismo sociale, perché entrambe implicano l'accettazione del principio che gli uomini possono avere modelli di vita molto diversi, a seconda dei loro sforzi, della loro capacità di lavoro e della loro intelligenza. Se vi sono condanne da rivolgere al capitalismo non è perché difende la proprietà privata e l'iniziativa individuale.
Quelli di sinistra, anche cattolici, combattono questo sistema non per i suoi aspetti ugualitari, ma per quello che conserva di tradizionale e che impedisce la piena instaurazione dell'ugualitarismo, ossia, soprattutto, per la conservazione dell'istituto della proprietà privata. Infatti, nel linguaggio delle sinistre, capitalismo e proprietà privata sono sinonimi, e le critiche dirette al primo in ultima analisi sono attacchi alla seconda.
Un cattolico non può combattere il capitalismo con questi argomenti. La sua critica sarà opposta a quella delle sinistre. Il cattolico condannerà questo sistema per la sua tendenza al livellamento sociale, mentre quello di sinistra lo condanna proprio perché ostacola la fioritura del pieno ugualitarismo, attraverso l'istituto della proprietà privata e il principio della libera iniziativa.
Indicando nel capitalismo, così come si è realizzato secoli XIX e XX, un passaggio importante per la rivoluzione universale, non possiamo tuttavia misconoscere che in esso sussistono istituti ispirati dal diritto naturale e che lo fanno difendibile da parte dei cattolici, senza nessun scrupolo coscienza.
Si dice che Marx fosse solito affermare che il capitalismo era un male di fronte al socialismo, ma un bene di fronte al Medioevo, perché rappresentava un passo nella direzione contraria a quest'ultimo.
Invertendo i termini, noi cattolici possiamo usare questa formula: rispetto al Medioevo il capitalismo rappresenta un male, ma paragonato al socialismo è un bene, e come tale difendibile.
Luiz Mendonça de Freitas
(1) WERNER SOMBART, Il borghese, trad. it., Longanesi, Milano 1950 p. 14.
(2) Ibid., p. 16.
(3) Ibid., pp. 220-221.
(4) Ibid., pp. 222-223.
(5) IDEM, El apogeo del capitalismo, trad. spagnola, Fondo de Cultura Economica, Mexico 1926, p. 43.

lunedì 20 gennaio 2014

Uomo medievale e uomo rinascimentale


 
I personaggi del Rinascimento di solito si presentano allegri, felici, spensierati, come se fossero dei dell’Olimpo.

Un esempio è il re Francesco I di Francia (1494-1547). Alto, bello, proporzionato, ottimista, continuamente ben disposto, egli godeva senza ritegno della vita terrena.




Molto diverso era il re S. Luigi IX (1215-1270), anch’egli sovrano francese, anch’egli alto, bello e forte, ma molto serio, casto, di carattere molto ameno senza avere niente di ottimista né di superficiale. Egli aveva in mente non la vita terrena ma il fine ultimo dell’uomo: Dio e la beatitudine celeste.









L’atteggiamento ottimista del Rinascimento nasceva dal gusto per il piacere e dalla necessità permanente di divertirsi. Il Rinascimento ha inaugurato uno stile di vita di Corte fatta da continui festeggiamenti, in cui il re occupava sempre il centro, attorniato dalla nobiltà, anch’essa continuamente in festa. Il palazzo reale è diventato un luogo per banchetti, feste e risate.




Anche nel Medioevo c’era una vita di Corte, ma era qualcosa di fondamentalmente diverso. I nobili erano semplicemente dei dignitari che servivano il sovrano e lo assistevano nel compimento delle sue elevate mansioni. Tutto era segnato da un ambiente di serietà e di dignità, come conviene alla regalità.

Plinio Corrêa de Oliveira

martedì 19 novembre 2013

SAN GREGORIO VII E LA LOTTA PER LE INVESTITURE.

 
San Gregorio VII.

La crisi del secolo X.

La Santa Chiesa è confortata dalla promessa divina di essere immortale, ma ciò non vuol dire che non possa attraversare periodi di crisi estremamente difficili. Tali crisi sono permesse dalla Provvidenza per mostrare agli uomini che a sostenerla non sono i mezzi umani ma la forza della Grazia.

Cosa sia la "lotta per le investiture".

Quando si formò il feudalesimo, nella confusione generata dalla caduta dell'Impero Romano e dalle invasioni barbariche, la Chiesa, grazie alla generosità dei fedeli, era una istituzione molto ricca. I vescovi e gli abati erano, in molti casi, signori di grandi domini territoriali. Perciò, nei momenti di pericolo, molte persone anzichè rifugiarsi presso qualche grande signore secolare, cercavano la protezione della Chiesa, nella persona di un vescovo o di un abate. Sorsero allora i cosiddetti "feudi ecclesiastici".
All'interno della struttura giuridica del feudalesimo, il feudo ecclesiastico godeva di una situazione privilegiata, in cui il potere spirituale e quello temporale erano esercitati da una stessa persona. Nel prendere possesso dell'incarico, il vescovo-signore feudale riceveva infatti una doppia investitura. La prima era l'investitura spirituale che gli conferiva l'autorità episcopale, e che era data dal Papa mediante la consegna del bastone pastorale e dell'anello episcopale. Seguiva l'investitura temporale, che gli attribuiva il governo del feudo e che era data dal Re, con la consegna dello scettro, simbolo del potere temporale.
Questa singolare situazione favorì, soprattutto in Germania, il verificarsi di abusi. Gli imperatori del Sacro Impero cominciarono a considerarsi in diritto di conferire al vescovo-signore feudale entrambe le investiture, quella spirituale e quella temporale.
L'abuso di potere è evidente. Infatti l'investitura spirituale conferisce l'autorità episcopale e può essere data solo dal Papa. In più, molto spesso, gli Imperatori favorivano la nomina di persone indegne dell'incarico, o addirittura vendevano le cariche a chi offriva di più.
Ovviamente, questa situazione provocò degli scontri tra Papato e Impero, noti come "lotta per le investiture". Ma dietro alla questione, c'era un problema dottrinale di importanza capitale, a chi spetta la supremazia in campo spirituale: al Papa o all'Imperatore? E a chi spetta nel campo temporale? Questo era il problema di fondo.

Il movimento riformista. I momenti di grande catastrofe sono anche quelli di grande Grazia. Nel clima di confusione del X secolo, sorge l'ordine di Cluny, dei benedettini cistercensi, vera anima del medioevo, il quale inizia un movimento di riforma che porterà la Chiesa e la Civiltà Cristiana agli splendori del suo apogeo nei secoli XII e XIII.
Dalla riforma di Cluny, emerge la figura luminosa di colui che fu, forse, il maggior Papa di tutti i tempi: il monaco Ildebrando, eletto Papa con il nome di Gregorio VII.

L'impegno di S.Gregorio VII nella "lotta per le investiture". Prima di salire al trono pontificio, il monaco Ildebrando era stato collaboratore e consigliere di 6 Papi: GregorioVI, S. Leone IX, Vittore II, Stefano IX, Nicola II e Alessandro II; creato cardinale da Papa S. Leone IX, era stato il principale ispiratore delle misure adottate da quei Papi contro gli abusi che si erano diffusi nella Chiesa.
Nel 1073, quando rimase vacante la Sede Pontificia, il popolo percorse le strade al grido: "Ildebrando Papa". I cardinali ratificarono immediatamente l'acclamazione popolare.
S. Gregorio VII, lottando su numerosi fronti, esercitò una grande influenza per la restaurazione della disciplina nella Chiesa. Una delle lotte più difficili fu quella contro Enrico IV, Sacro Romano Imperatore, svoltasi allo scopo di difendere le legittime prerogative della Chiesa.
Fra le sue prime misure, vi è il decreto di scomunica di ogni "Imperatore, Re, Duca, Marchese, Conte, di ogni potere o persona laica, che pretendesse di conferire la investitura di vescovadi o di qualunque dignità ecclesiastica".
Enrico IV fu subito coinvolto dal decreto del Papa, a causa dei frequenti abusi commessi contro la Chiesa. Purtroppo, continuò a comportarsi come prima, nominando nuovi vescovi per Milano, per Spoleto, diocesi assai vicina a Roma, e mise inoltre in vendita la carica di Abate di Fulda, una delle più prestigiose abbazie tedesche. Il Papa gli scrisse, tentando di indurlo a rispettare le decisioni pontificie.
Enrico IV riunì a Worms un concilio, composto principalmente da vescovi simoniaci, cioè che avevano comprato la loro carica, il quale dichiarò S. Gregorio indegno di essere Papa. L'Imperatore inviò quindi al Papa una lettera che cominciava con la seguente intestazione: "Enrico, Re non per usurpazione, ma per pietoso ordine di Dio, a Ildebrando, non successore di S. Pietro, bensì falso monaco". Il documento terminava chiedendo al Papa di lasciare il soglio affinchè potesse essere eletto un Papa legittimo.
S. Gregorio VII, emessa la scomunica contro i vescovi che avevano appoggiato l'Imperatore, giunse purtroppo a lanciare sull'Imperatore lo stesso solenne anatema:
"Oh! Santo principe degli Apostoli, Pietro: inclinate il vostro capo ed ascoltate me, che sono vostro servo e che avete nutrito fin dall'infanzia e sostenuto contro gli empi fino ad oggi. E con voi, la mia Signora e Madre di Dio e vostro fratello S. Paolo, mi siano testimoni che la Vostra Santa Chiesa Romana mi affidò il suo timone contro la mia volontà, e che io non sono salito al suo trono come un ladro. Meglio sarebbe stato per me il finire la mia vita in esilio che il rubare la vostra Sede per il desiderio della gloria temporale e per spirito mondano. E per questo credo che secondo il vostro beneplacito, per grazia vostra e non per opera mia, il popolo cristiano, in special modo a Voi affidato, mi obbedisca in vostra vece; e che per vostra intercessione Dio mi abbia dato il potere di legare e slegare sia in terra che in cielo".
"Pertanto, confidando in questo, per l'onore e la difesa della S. Chiesa, in nome di Dio Onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo, tolgo al Re Enrico, figlio dell'Imperatore Enrico, il governo di tutto l'impero tedesco e italiano, perchè si è ribellato con inaudita superbia contro la vostra Chiesa. Esimo tutti i cristiani dall'obbligo del giuramento che gli hanno prestato e proibisco che lo servano in quanto Re, poichè conviene che chi attacca la dignità della Vostra Chiesa, perda la propria".
"E poichè egli non si fa cura di obbedire come cristiano e non ritorna a Dio; anzi al contrario tratta con degli scomunicati, compie molti danni, disprezza le mie esortazioni, e, a causa del suo impegno nel dividere la Chiesa, egli stesso si è separato da Essa, io lo incateno, in Vostro nome, con le catene della maledizione, perchè i popoli sappiano e conoscano che voi siete Pietro e su questa pietra il Figlio del Dio vivo ha edificato la sua Chiesa, sulla quale non prevarrano le porte dell'inferno".
Quando l'anatema pontificio giunse alle orecchie del popolo, tutto l'orbe romano tremò di paura e in Germania la maggior parte dei Duchi e Signori si ribellò contro Enrico IV. Ciò significava che, se entro un anno egli non si fosse riconciliato col Papa, sarebbe stato destituito dalla sua carica, ed eletto un suo successore. Enrico IV, il monarca più potente dell'epoca, in abiti da penitente, col capo scoperto, accompagnato dalla moglie e un figlio piccolo, attraversò le Alpi in pieno inverno, per andare in Italia a chiedere perdono al Papa. Questi, temendo qualche tranello, aspettava l'Imperatore in una solida fortezza, circondata da tre file di mura: il castello di Canossa della Contessa Matilde di Toscana.
Per tre interi giorni l'Imperatore rimase davanti al castello nella neve, digiunando e sperando nel perdono del Papa, ma S. Gregorio VII, non convinto della sincerità di Enrico, restò inflessibile nella sua decisione. Infine, cedendo alle richieste di Sant'Ugo, Abate di Cluny, e della Contessa Matilde, decise di sospendere la pena.
Purtroppo, tornato in Germania, Enrico IV lasciò da parte le promesse di emendazione e riprese le pessime abitudini di prima. A seguito di ciò venne addirittura deposto in modo esplicito dal trono e sostituito con Rodolfo di Svezia, cosa che provocò una sanguinosa guerra civile. Anche in questo caso l'abuso nella misura è grande: infatti è evidente che il Papa non ha il potere di deporre nè costituire un Imperatore.
Pochi anni dopo accadde un fatto analogamente increscioso, ma utile per valutare quello narrato. Vogliamo cioè narrare il comportamento tenuto da un altro santo, Re S. Luigi IX dei francesi, in una circostanza quasi identica così come viene raccontato da un storico prestigioso e imparziale come Steven Runciman, nei "Vespri Siciliani". Innocenzo IV dichiarò Federico II deposto dal trono di Re di Sicilia, e per portare questa deposizione a termine offrì in primo luogo la corona a S. Luigi, ma questi "anche se personalmente disapprovava Federico, lo considerava, senza dubbio, un monarca legittimo, e credeva che non era compito del Papa il deporlo. Non vi fu mai un figlio della Chiesa più devoto e coscienzioso di Luigi IX. Egli credeva che il suo primo dovere, dopo i doveri verso Dio, era di consacrare la sua persona al servizio del popolo che Dio lo aveva chiamato a governare. Ma non era disposto a sacrificare gli interessi dei francesi per compiacere un Papa costruttore di imperi. Se tutti i Re della sua epoca fossero stati della sua stessa taglia, il governo d'Europa sarebbe stato più facile ed il papato avrebbe avuto il tempo per comprendere i limiti della sua monarchia. Ma Luigi era un'eccezione". ("Mas sobre temas de hoy", Juan Vallet de Goytisolo).
Nuovamente scomunicato, Enrico IV assediò Roma, collocò sul soglio pontificio l'antipapa Clemente III e constrinse S.Gregorio VII a rifugiarsi a Castel Sant'Angelo, dove venne salvato dai normanni che dominavano il sud d'Italia; poco tempo dopo morì in Salerno, esclamando: "Io amai la giustizia ed odiai la iniquità; perciò muoio in esilio".
Enrico ebbe una fine miserevole. Venne imprigionato ed obbligato ad abdicare da una rivolta guidata da suo figlio stesso. Ridotto in miseria, giunse a chiedere un posto di cantore nella cattedrale di Spira, per cercare di sopravvivere; non ottenne nemmeno questo e morì a Liegi in miseria.
Considerando le cose da un punto di vista semplicemente umano, si può dire che S. Gregorio VII aveva fallito. Morendo in esilio, con la città dominata da un antipapa e la Chiesa ancora minata dai cattivi costumi e dalla ribellione dei preti contro i vescovi, non c'era umanamente speranza di veder fruttificare l'albero della riforma che il Pontefice aveva piantato.
Ma le lacrime che egli aveva sparso nella sua agonia di esiliato e la croce portata, avrebbero presto fecondato la terra sterile e arida che rifiutava di produrre. Il passo più importante era stato fatto, l'Imperatore aveva dovuto riconoscere la sovranità della Chiesa in materia spirituale, ed i papi che gli succedettero seppero difendere i principi che Gregorio aveva enunciato e per cui aveva lottato. I signori temporali, da lì in avanti, avrebbero dovuto confrontarsi con una nave la cui rotta era stata definita, e i cui timonieri conoscevano. Il secolo che succedette alla morte del Santo vide la fine della lotta che egli aveva iniziato e la vittoria della parte più sana della Chiesa. Roma continuò a sovraintendere i destini della civiltà occidentale, e gli uomini seppero corrispondere all'appello ad una vita più cristiana lanciato dall'alto del soglio pontificio.
S. Gregorio non si lasciò affascinare neppure per un minuto dalle attrattive di una effimera gloria terrena e per questo Dio gli riservò una gloria eterna che può essere misurata attraverso i felici successi che nacquero dalla sua attività apostolica.

La soluzione del conflitto.
La lotta per delle investiture non cessò con la morte di S. Gregorio VII: il Beato Urbano II, religioso di Cluny, la continuò con l'Imperatore Enrico V, figlio di Enrico IV.
Nel 1122, Papa Callisto II e l'Imperatore Enrico V, fecero pace. Col concordato di Worms rimase stabilito che i vescovi sarebbero stati eletti dal clero e dal popolo, senza lo intervento imperiale e che al momento della presa di possesso delle terre avrebbero ricevuto l'investitura temporale dal monarca.

lunedì 18 novembre 2013

Il castello medievale, capolavoro di sapienza.



Abbiamo visto il formarsi del feudalesimo a causa delle devastazioni che seguirono allo sgretolamento dell'Impero di Carlo Magno e alle invasioni di Normanni, Saraceni e Unni. Abbiamo anche visto come la famiglia, irrobustita dallo spirito cristiano, si mantenne unita, e come, partendo da essa, l'intera società fu ristrutturata, conferendo un ammirevole tratto familiare all'organizzazione politica feudale.
Il castello fece seguito a questi mutamenti. Esso è una immagine della civiltà cattolica, basata sulla famiglia, austera, gerarchica e piena di sapienza.
Tali caratteristiche si notano già nelle prime fasi di questo sviluppo. La prima forma del castello fu la "motte", dove abitava la famiglia, ovvero il piccolo Stato a base familiare. La "motte" è la residenza della famiglia in tempo di pace ed è il suo sicuro rifugio nei tempi di lotta. E' difesa all'esterno con una palizzata di tronchi appuntiti e un fosso pieno d'acqua munito di un ponte levatoio. Dentro la "motte" ci sono le residenze, le stalle, i granai, ecc. e al suo esterno si leva la torre principale (mastio), che è la residenza del capo, del signore, di colui da cui dipende la sicurezza di tutti, e che come un padre veglia sulla piccola comunità di famiglie che ha fiducia nel suo braccio protettore.
Con l'ampliarsi del piccolo Stato familiare, la "motte" si trasforma in un castello, anche se ancora in stato rudimentale. Oltre al fosso e alla palizzata di legno, esso è già protetto da una seconda barriera, una robusta muraglia di pietre, inframmezzata da torri e circondata da un fossato.
Dentro al castello ci sono due aree: nella prima vi sono le abitazioni o i rifugi di artigiani e contadini, che non vivevano più all'interno, ma all'esterno delle fortificazioni. Il centro principale di protezione e rifugio continua ad essere il "mastio", residenza del Barone e dei suoi parenti più prossimi.
Il castello provvede anche alla vita religiosa di tutta la comunità: è nel suo seno che si trova la piccola cappella, generalmente sede della parrocchia e della vita spirituale di tutta la zona.
Col progressivo rafforzamento del potere del signore feudale, la funzionalità del castello diventa sempre più rispondente alle diverse necessità dell'anima, così come alle esigenze di protezione richieste dal corpo. Così, nel secolo XII, grazie alla maggiore sicurezza del castello, il signore feudale abita ormai in un palazzo ampio e bello, non più nel "mastio", che peraltro continua ad esistere, dietro ad una terza muraglia, come estremo punto di rifugio.
Nell'ultimo stadio della sua evoluzione, il castello presenta un'estensione ancora maggiore: non più allo scopo di fermare i nemici, anche se conserva ancora tutti i requisiti militari atti a tal fine, ma piuttosto per dimostrare il prestigio del barone, fonte di ordine, protezione e stabilità.
Nel contempo, le arti decorative abbelliscono progressivamente il castello, offrendo un ambiente propizio a una fioritura culturale che raggiunga un alto livello.
Vita stabile, vita a base familiare, vita sociale progressivamente perfezionata, vita artistica e culturale in sviluppo, vita soprannaturale: lo spirito medievale trova nel feudo e nel castello un riflesso di se stesso e un potente stimolo al proprio sviluppo.

Il gotico, la più alta espressione dell'arte.




Le Basiliche.

Nell'antichità cristiana, ossia nell'epoca dell'Impero Romano cristiano, dopo Costantino e l'editto di Milano, le chiese erano le autentiche basiliche, costruite sul modello dei grandi edifici che servivano alle attività giudiziarie dei romani, i quali avevano appunto questo nome. Le chiese cristiane avevano, allora, la forma di grandi gallerie, la cui estremità finiva in un semicerchio; il tutto era sostenuto da colonne. La parte in semicerchio veniva chiamata "abside", ed era riservata al clero, il resto della galleria era chiamato "navata", ed era divisa in tre parti dalle colonne: la parte centrale era la navata propriamente detta, mentre a destra ed a sinistra c'erano le navate laterali; tutte le navate erano destinate al popolo fedele.
Nel medioevo venne aggiunta una galleria trasversale: in questo modo le chiese vennero ad assumere la forma di una croce.

L'arte medievale.Lo stile romanico. Il perfezionamento della chiesa a pianta basilare diede origine, nel medioevo, allo stile romanico, che giunse alla sua maggior perfezione nella seconda metà dell'XI secolo e nella prima metà del XII. E' l'arte caratteristica delle chiese di Cluny. Si caratterizza per l'impiego della cupola "a mezza arancia" e di volte "a mezzo punto" (cioè aventi la forma di una semi - circonferenza). Questi archi posavano su delle colonne (grosse e non molto alte, per sopportare il peso di volte a cupola) coronate da capitelli o su dei massicci pilastri. Le pareti erano rinforzate, sul lato esterno, da altri pilastri, detti contrafforti, che arrivavano fino al tetto. Le cattedrali di Angouleme in Francia e di Santiago di Compostella in Spagna, sono dei begli esempi di stile romanico. Tali chiese sono caratterizzate dalla forza, serietà e grave solennità che presentano allo sguardo. Lo stile gotico. Dallo stile romanico nacque, nel XII secolo, lo stile gotico o a ogiva. Il nome gotico ("arte dei goti", arte di barbari), dato in segno di disprezzo, ha origine nei conati dei Rinascimento intossicato dall'orgoglio e da un entusiasmo fanatico per l'arte classica della Grecia e Roma antiche. Il nome di arte ogivale viene dall'impiego di cupole "a costola" e archi a forma di ogiva. Diversamente dalla chiesa romanica, quella gotica impressiona per l'estrema leggerezza e l'audacia del suo movimento in senso verticale: lo stile ad ogiva fu una potente e felice concezione del genio cristiano, che cercava di esprimere gli slanci dell'anima verso il cielo. I ritrovati inventati dai nuovi architetti - cupola a costole, archi ogivali, archi slanciati- riducevano il peso della cupola, e rendevano possibile la costruzione di chiese molto alte e con pareti molto sottili, interrotte, per giunta, da grandi aperture coperte di vetro: erano le meravigliose vetrate medievali da cui penetrava la luce, in mille sfumature colorate, che illuminava il sacro recinto.
Le vetrate gotiche non furono più uguagliate, nemmeno dalle tecniche moderne, sia per trasparenza che per freschezza inalterabile di colori. Esse non erano solo vaste superfici di bellissime vetrate che distribuivano la luce con armonia, erano anche opere d'arte pianificate con tale sapienza, che le scene rappresentate, nel loro insieme, costituivano grandiosi poemi nei quali il popolo fedele contemplava, pieni di vita, tutti i misteri divini e umani e tutta la memoria della storia religiosa e civile.
L'ornamento acquisisce una ricchezza straordinaria: sempre collocati in funzione di un'idea d'insieme sono distribuiti per ogni dove bassorilievi e statue. Nel secolo XIII, apice della civiltà cristiana, furono costruite le più celebri chiese gotiche: in Francia quelle di Amiens, Chartres, Reims e Notre Dame; in Spagna quelle di Toledo e Leòn.

CARLO MAGNO.


Carlo Magno.

  

I successori di Clodoveo.

I Re merovingi, successori di Clodoveo, regnarono fino al 752. Purtroppo molto spesso caddero nel disonore a causa delle loro crudeltà, della loro immoralità e delle loro ruberie. I beni stessi della Chiesa e i suoi ministri non sempre furono al riparo delle loro violenze. Più di una volta i vescovi, come Germano di Parigi e Gregorio di Tours, protestarono contro l'indegna condotta dei Prìncipi. Tuttavia l'alleanza fra la monarchia e la Chiesa, stabilita dai tempi di Clodoveo, restava in vigore. In questo mondo ancora barbaro, la Chiesa esercitava tutta la sua influenza al servizio dei deboli, degli oppressi e della costruzione della Cristianità.
A partire da un certo momento i sovrani che succedettero a Clodoveo caddero in una tale decadenza che non esercitavano più il loro potere. Tutta la funzione di governo era nelle mani di loro funzionari, detti prefetti di palazzo.



Carlo Martello sconfigge i saraceni a Poitiers (732 d.C.).
Uno di questi prefetti di palazzo fu Carlo Martello, che affrontò i saraceni a Poitiers. Costoro avevano già invaso la Spagna, dove il bravo Pelagio aveva appena cominciato la "Reconquista", e tentavano ora di invadere la Francia, quando si trovarono di fronte alle truppe di Carlo Martello. Dopo alcuni giorni di scaramucce, si combatté a Poitiers una battaglia generale. I popoli la ricordarono come la più terribile del medioevo: lo scontro fu tremendo ed ebbe termine con una clamorosa sconfitta inflitta ai mussulmani, dei quali, secondo i cronisti, oltre 300.000 morirono di spada.
Toccò a Pipino il Breve, figlio di Carlo Martello e prefetto di palazzo come suo padre, il cominciare una nuova dinastia, che fu detta carolingia dal nome della sua figura di maggior rilievo: Carlo Magno. I Re merovingi, infatti, erano da molto tempo semplici comparse, sempre più decadenti ed incapaci di governare e difendere la Francia. La loro inerzia pregiudicava gravemente l'ordine civile e comprometteva assai gli interessi della civiltà cristiana.
Il prefetto di palazzo Carlo Martello aveva salvato i popoli lasciati indifesi dall'incuria dei merovingi e dopo di lui era apparso Pipino il Breve, che mostrava avere gli stessi talenti e lo stesso potere di suo padre. La monarchia era allora elettiva: Pipino il Breve poteva ambire ad essa grazie al solo gioco delle circostanze politiche, ma l'influenza della Chiesa e del Papato era già tale sulla grande famiglia cristiana, che un cambiamento di tal genere non poteva essere fatto senza il suo intervento.
 Papa San Zaccaria arbitro della monarchia francese.
Pipino, col consiglio ed il consenso dei grandi signori del regno e dei vescovi, inviò al Papa una ambasciata per consultarlo in merito ai Re che erano in Francia, che di Re avevano solo il nome senza averne il corrispondente potere. Il Papa, S. Zaccaria, rispose che era meglio che fosse Re colui che di fatto esercitava il potere reale. Con ciò il Papa prendeva atto della decadenza di una dinastia e dell'ascesa di quella di Pipino.
Tale comportamento del Papa nell'ordine temporale fa parte del cosiddetto potere indiretto della Chiesa sulle cose temporali, a seconda che interessino in misura maggiore o minore la salvezza delle anime.
Il ricorso di Pipino, potente prefetto di palazzo, e dei suoi nobili al parere del Papa, é un fatto notevole in quanto segna in modo straordinario il nuovo diritto pubblico che doveva reggere la società cristiana e colloca spontaneamente l'autorità pontificia ad arbitra dell'edificio sociale.
Pipino divenne dunque Re dei franchi. Non si può omettere di sottolineare in ciò l'opera della Divina Provvidenza: l'innalzare la famiglia carolingia, in quest'epoca la più potente d'Europa, l'unica capace di respingere i pericoli che minacciavano ovunque il futuro della giovane civiltà cristiana e l'unica che si offriva di difendere la Chiesa nei suoi incalzanti bisogni, fu davvero un fatto provvidenziale.
Nell'anno successivo, il 752, Pipino fu consacrato Re da S. Bonifacio. Divenuto Re dei franchi, Pipino dimostrò di essere degno di occupare il trono finendo di cacciare i saraceni dalla Septimagna e dal sud della Gallia. Inoltre i sassoni, popolo pagano assai violento, avevano cacciato dalle loro regioni i missionari e bruciato un gran numero di chiese. Pipino diresse allora una spedizione contro essi, distrusse le loro fortezze e pose tra le condizioni per la pace che i predicatori del Vangelo, ispirati a lavorare in Sassonia, potessero avere la completa libertà di pregare e battezzare.
Contemporaneamente il nuovo Papa, Stefano III, correva dei grandi rischi altrove. I longobardi, che più di una volta avevano cercato di conquistare i territori che cominciavano a costituire il dominio temporale dei Papi, si lanciarono con rinnovato furore su quelle terre, accerchiarono Roma e la ridussero alla disperazione. Stefano III, che già in precedenza era ricorso a Pipino, gli lanciò un nuovo, lacerante appello. L'appello emozionò ed elettrizzò tanto la nazione franca, che essa attraversò le Alpi come un torrente e si precipitò sui longobardi debellando la loro potenza e i loro progetti.
Pipino fece dono per sempre alla Chiesa Romana e ai Papi di tutte le città riconquistate. L'atto di donazione fu consegnato a Stefano III ed é conservato a Roma. Il nuovo Re dei franchi ebbe pertanto la gloria di costituire definitivamente il potere temporale dei Papi, la cui origine risale a tempi ben più lontani ma che i tragici avvenimenti costituiti dalle invasioni barbariche avevano reso meno solida.
 Sale al trono Carlo Magno.
A Pipino il Breve succedette Carlo Magno, uno degli uomini più eminenti della storia: la sua grandezza si manifestò persino nel nome. Egli fu grande per le conquiste intraprese per estendere il Vangelo, per le leggi concepite secondo concezioni cristiane e per la sua opera culturale. Ebbe il merito e la gloria di inaugurare l'Impero Cristiano d'Occidente e fu il prototipo dell'eroe cristiano e del Prìncipe, esercitando il suo potere secondo il volere di Dio. Egli regnò dal 768 all'814, quasi mezzo secolo, ed ebbe il tempo di portare a compimento i suoi progetti; essi consistevano da un lato nell'unificazione in un solo Impero di tutto il mondo germanico e dall'altro nell'organizzarlo internamente sotto l'egida della vera religione, per dargli, con l'aiuto della Chiesa, un carattere regolare, intelligente e civilizzato.
La monarchia francese diventava sempre più una potente alleata del papato. Infatti il nuovo Papa, Adriano I, si trovò in pericoli analoghi a quelli del suo predecessore poiché il nuovo Re dei longobardi, Desiderio, lanciò le sue truppe alla devastazione dei territori di Roma. Carlo Magno, dopo aver inutilmente tentato di dissuaderlo dai suoi cattivi progetti, attraversò le Alpi, batté il nemico e occupò tutta la Lombardia, dove solo le città di Verona e Pavia gli resistettero, e, in quest'ultima città, strinse d'assedio Desiderio.
Carlo Magno, convinto della vittoria, nel periodo dell'assedio che durava già da alcuni mesi, ebbe la buona ispirazione di andare a visitare nella festività di Pasqua il sepolcro dei Santi Apostoli. Si mise in viaggio con una parte delle truppe, accompagnato da vescovi, abati (che egli come al solito aveva portato dalle sue terre) e da alti signori. Il Papa, venuto con gioia a conoscenza di questa notizia, fece al Re dei franchi una solenne accoglienza. In questa circostanza fu siglata una nuova e potente alleanza fra il papato e la monarchia francese.
Carlo Magno, che era un guerriero straordinario, durante il suo lungo regno, organizzò 53 spedizioni, guidando di persona la maggior parte di esse. Nel corso di tutte le campagne, che portò vittoriosamente a termine, il suo potere si estese in ogni ambito. Tutta la razza germanica, fatta eccezione per gli anglo-sassoni e i normanni, venne riunita sotto il suo nome. La Chiesa riconobbe di dovergli una riconoscenza straordinaria. La cultura ricevette un incremento portentoso: il palazzo di Carlo Magno divenne l'asilo e il santuario del sapere. Per restaurare le lettere, decadute nel corso di tante guerre, non tornava mai dalle sue spedizioni in Italia senza portare con sé dei grammatici ed altri uomini fra i più istruiti; attirò così i saggi di altri paesi e li tenne accanto a sé grazie ai suoi benefici. Di tutti questi saggi il più celebre per le sue conoscenze e l'estensione del suo genio é il monaco anglo-sassone Alcuino.
All'interno del suo vasto regno il suo sguardo abbracciava tutto; la sua parola, il suo pensiero, la sua volontà, davano vita e movimento a tutto; egli era l'anima di un corpo immenso: le istituzioni mutavano ed egli le vivificava con la sua potente azione.
L'Impero era diviso allora in contadi. I Conti, agenti abituali residenti dell'amministrazione generale, riunivano i poteri civili, giudiziari e militari. Istituendoli nel loro incarico, il Re diceva loro tra le altre cose: "Avendo sperimentato la vostra fede e i vostri servizi, noi vi diamo il potere di Conte in questo territorio. Serbateci la fede promessa; che tutti i popoli che abitano nel vostro paese siano trattati con moderazione. Siate difensori delle vedove e degli orfani. Punite severamente i ladri e i malfattori in modo che i popoli vivano in prosperità sotto il vostro governo e rimangano nell'allegria e nella pace".
L'amministrazione dei conti era rigorosamente controllata per mezzo di inviati reali, i "missi dominici", che percorrevano 4 volte all'anno i contadi sottomessi alla loro supervisione al fine di tenere l'Imperatore al corrente dei desideri della popolazione. Essi ascoltavano le richieste dei sudditi, correggevano gli abusi, ricevevano appelli alle sentenze dei Conti, e al loro ritorno rendevano conto a Carlo della loro missione. Gli inviati erano sempre due: un vescovo ed un conte, ed il vescovo aveva la funzione principale.
Carlo Magno ebbe molta cura delle assemblee generali della nazione, utilizzandole come uno dei più attivi servizi della sua amministrazione, al fine di mantenere con esse il necessario contatto con i suoi popoli. Esse erano composte da conti, da signori e da altri uomini liberi, dagli abati e dai vescovi. Mentre i signori temporali discutevano da una parte e i vescovi e gli abati dall'altra, Carlo Magno riceveva familiarmente tutti coloro che avevano da esporgli delle questioni o da esprimergli dei desideri.
Nelle assemblee venivano anche promulgati i capitolari, che costituivano la legislazione di Carlo Magno. Essi venivano di volta in volta promulgati a seconda delle circostanze e delle necessità. Nel loro insieme formano una legislazione eminentemente cristiana. Tutti i modi di vivere propri della società romana e pagana, furono trasformati non solo da una ispirazione, ma anche da una forma che portava il segno del Vangelo e ne riproduceva in tutti i momenti lo spirito e il linguaggio. Il principale dei Capitolari fu pubblicato in Aix-la-Chapelle, nel 789, undici anni prima dell'incoronazione di Carlo a Imperatore; cominciava con le seguenti parole: "Nostro Signore Gesù Cristo regnando per sempre, io, Carlo, per grazia e misericordia di Dio, Re e reggente del regno dei franchi, devoto difensore e umile ausiliare della Chiesa di Dio, di tutti i tipi di pietà ecclesiastica e di tutte le dignità del potere temporale, auguro salute, pace perpetua e prosperità in Cristo Nostro Signore Dio Eterno".
 Carlo Magno, Imperatore d'Occidente.
Alla fine dell'800 tutte le guerre intraprese da Carlo erano quasi finite, e la sua incoronazione a Imperatore d'Occidente consacrò la sua grandissima opera. Egli meritava davvero questo onore e questa ricompensa: non solo aveva fondato un grande Impero Germanico, ma ne aveva fatto un grande Impero Cristiano; aveva vinto i longobardi nemici della S. Sede, gli àvari pagani, gli arabi mussulmani e i sassoni idolatri, aveva assicurato il trionfo del cattolicesimo e della propria causa per ogni dove.
Carlo si diresse a Roma verso la fine dell'anno 800, per difendere ancora una volta la Santa Sede; regnava allora Papa S. Leone III, contro il quale era esplosa a Roma una sedizione nel corso della quale era stato gettato in un carcere dopo aver subito brutali maltrattamenti: Roma era stata sconvolta dai tumulti e dagli orrori. Il Papa, riuscito a liberarsi e potendo sperare nel solo appoggio efficace del Re dei franchi, andò ad implorarlo personalmente. Ma Carlo avanzò fino a Padernborn e ricevette il Pontefice con i maggiori onori; con la sua protezione S. Leone III poté trionfalmente rientrare a Roma dove fu accolto dal canto dei bambini.
I nemici di S. Leone III non si erano però dati per vinti e lo accusavano di diversi crimini. Carlo Magno decise di recarsi personalmente a Roma e vi ristabilì l'ordine. Il giorno di Natale, dopo aver assistito alla Messa solenne nella basilica di S. Pietro, si mise in preghiera al sepolcro del principe degli apostoli. Al termine Leone III gli mise sul capo la corona imperiale esclamando la celebre frase, ripetuta con giubilo tre volte dal popolo: "A Carlo Augusto, incoronato dalla mano di Dio grande e pacifico Imperatore dei romani, vita e vittoria!". Dopo queste acclamazioni il Papa consacrò il nuovo Imperatore ed il Re Pipino, suo figlio.
In questo modo aveva inizio il grande Impero Cristiano d'Occidente che non fu però una pura e semplice restaurazione dell'Impero Romano d'Occidente distrutto dalle invasioni barbariche. Il primo, benché avesse come compito anche la missione suprema di difendere la Chiesa, era anzitutto un Impero politico e burocratico. Il nuovo Impero era fondato su basi e con elementi di un ordine più elevato. Era, in una parola, l'Impero Cristiano.
La nuova funzione assunta da Carlo Magno gli dava, in quanto Imperatore, una preminenza su tutti i sovrani cristiani. Non era la sovranità propriamente detta ma una specie di primato nell'ordine temporale in virtù del quale egli presiedeva le assemblee dei principi cristiani ed aveva l'alta sovraintendenza su tutti gli interessi della Cristianità.
Nell'ordine spirituale il titolo di Imperatore conferiva a chi lo possedeva la missione di difensore della Santa Chiesa e, perciò, di tutti gli interessi cristiani. Nella confederazione dei popoli cristiani, dei quali l'Imperatore é il capo politico, il Papa é il legame, la vita e diventa come l'arbitro naturale delle nazioni, dei popoli cristiani e dei suoi principi. In questo suo primo meraviglioso splendore, lo Impero Cristiano realizzava in modo ammirabile l'ideale della Cristianità. Il Papa e l'Imperatore erano al culmine della gerarchia sociale. Il Papa incoronava l'Imperatore, lo consacrava e lo associava alla sua opera. Il Papa e i Concili stabilivano la dottrina; ad essa l'Imperatore adattava le leggi dell'Impero: questo accordo fra il potere spirituale e il potere temporale dava alle leggi una incalcolabile autorità.
 La morte di Carlo Magno.
Al termine del glorioso periodo di regno si avvicinò l'ora della morte. Fu preparata una solenne cerimonia nella chiesa di Aix-la-Chapelle e l'Imperatore vi si diresse rivestito dei suoi abiti regali, la corona sul capo, appoggiandosi al figlio Luigi. Dopo essere rimasto a lungo in preghiera, egli diresse una commovente esortazione al figlio, in presenza della corte e del popolo. Avendo avuto da lui la promessa di fedeltà a tutti i suoi consigli, Carlo Magno prese la corona d'oro da sopra l'altare e gliela pose sul capo, mentre tutti i presenti acclamavano: "Viva l'Imperatore Luigi!".
Carlo Magno rimase ad Aix-la-Chapelle non occupandosi d'altro che di preghiera, elemosine e studi pii. Verso la fine di gennaio dell'814, si ammalò, aggravandosi rapidamente. Il settimo giorno di malattia chiese l'estrema unzione, che gli fu data dal suo arcicappellano, e ricevette il Corpo ed il Sangue di Nostro Signore. In seguito entrò in una lunga agonìa durante la quale perse l'uso della ragione. Alla fine, riunendo le proprie forze, si fece il segno della Croce sulla fronte, sul petto e su tutto il corpo; stese la sue braccia lungo il corpo e dicendo le parole: "In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum", morì. La magnifica chiesa che egli aveva fatto costruire ad Aix-la-Chapelle, in onore della Madre di Dio, fu scelta come luogo per la sua sepoltura. Il suo corpo imbalsamato fu dapprima rivestito del cilicio che egli portava segretamente, poi delle sue vesti regali. Successivamente il corpo fu adagiato seduto su un trono d'oro, e a lato gli fu cinta la sua spada d'oro. Sulla sua testa fu posta la corona d'oro che conteneva una reliquia della vera croce, mentre tra le mani poste sulle gambe fu collocato un libro dei Vangeli pure ricoperto d'oro. Davanti a lui furono disposti il suo scettro ed il suo scudo che erano stati benedetti da Papa S. Leone III. Era un vero monumento funebre, che si chiudeva su uno dei maggiori uomini di tutti i secoli.

lunedì 11 novembre 2013

LE CORPORAZIONI MEDIEVALI.



Lo spirito di associazione.
Di fronte alla mancanza di sicurezza dovuta alle invasioni barbariche, il grande rimedio fu il ricorso alla protezione del signore feudale. Lo spirito di associazione sorse dalla necessità di assicurare le condizioni necessarie allo esercizio delle varie attività umane: nacquero così confraternite religiose, associazioni di mercanti, corporazioni di mestiere, Comuni ed altre iniziative simili.
Il linguaggio medievale chiama "Universitas" (università) ogni raggruppamento dotato di personalità giuridica. Secondo il cosiddetto "principio universitario", ogni corpo sociale, giunto ad un determinato grado di sviluppo, assume il potere di abbracciare le opere praticate dai suoi membri, passando ad esercitare funzioni di diritto pubblico.

Origine delle corporazioni. Le corporazioni medievali hanno origine dalla signoria feudale e, come tutte le istituzioni del tempo, esse sono plasmate sull'organizzazione familiare.
Il signore manteneva nel suo castello alcuni artigiani, intendendo con questo termine delle persone che esercitavano un lavoro manuale, un'arte, come si diceva allora. Con l'espandersi della vita sociale e la nascita delle città, gli artigiani divengono più numerosi e cominciano a riunirsi in associazioni. Queste non sono ancora corporazioni di mestiere, ma raggruppamenti di artisti di una stessa regione, che prescindono dal lavoro esercitato. Sono associazioni di mutuo soccorso chiamate "fraternite", che hanno proprietà comuni, un'amministrazione e un decano.
Gli artigiani riuniti in associazioni amichevoli, di mutuo soccorso e di perfezionamento tecnico, non lavorano più esclusivamente per il loro signore, ma anche per gli acquirenti che si rivolgono loro. Al signore continuano a fornire i pagamenti in materie lavorate, in lavori manuali o altro, ma i loro laboratori diventano accessibili anche al pubblico. Dal castello o dal monastero gli artigiani sciamano nelle città ed iniziano a raggrupparsi non già in base alla regione, ma in base alla professione: sorge la corporazione.

Spirito delle confraternite. Così come gli artigiani, anche i borghesi si riuniscono in associazione. Il nome di "confraternita" indica molto bene lo spirito che animava queste entità. Nell'introduzione al regolamento di una di queste associazioni, si legge: "Fratelli, come sta scritto nel libro della Genesi, noi siamo immagine di Dio: 'Facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza'. Sulla base di questo pensiero noi ci uniremo e, con l'aiuto di Dio, potremo realizzare il nostro compito (.....). Pertanto, fratelli, che nessuna discordia sia tra noi, secondo la parola del Vangelo: 'Vi do un comandamento nuovo, amatevi come io vi ho amato e così gli uomini riconosceranno che siete miei discepoli'".
L'attività economica non allontanava dalla mente di quegli uomini gli ideali più elevati: "allo scopo di far sì che i fratelli possano partecipare all'assemblea in pace nella santa religione", le riunioni cominciavano con preghiere, un confratello non doveva mai rivolgersi ad un altro alzando la voce, ed altre belle disposizioni ancora.

Le corporazioni di mestiere. Le corporazioni riunivano gli artigiani di una stessa professione in una struttura gerarchica.
La persona veniva iniziata al mestiere in qualità di apprendista. La durata dell'apprendistato era stabilita dai regolamenti delle varie corporazioni. L'apprendista riceveva dal maestro, oltre alle conoscenze professionali, tutto il necessario per la sua sussistenza. In seguito l'apprendista diventava ufficiale o compagno e, spesso, viaggiava per diverse città per perfezionarsi nella sua arte. Per diventare maestro, l'ufficiale doveva sottoporsi ad un rigoroso esame che era diviso in una parte teorica ed in una pratica. Nella seconda parte il candidato doveva produrre un artefatto che dimostrasse, con la perfezione della forma, la raggiunta capacità professionale. Una volta superato l'esame, il nuovo maestro doveva pronunciare un giuramento di obbedienza ai regolamenti della corporazione.
Le corporazioni erano dirette da capi, eletti dai maestri, che venivano chiamati maestri-giurati e il cui numero e periodo di governo variava da corporazione a corporazione. Tra il maestro-giurato e gli altri membri della corporazione esisteva lo stesso legame di fedeltà-protezione che caratterizzava i rapporti feudali.
La preoccupazione dominante, comune agli statuti delle diverse corporazioni, era di assicurare la qualità dei manufatti e l'integrità delle merci vendute. I giurati esercitavano la più severa vigilanza per assicurare l'impiego di materie prime assolutamente controllate. Per esempio, se qualcuno avesse ordinato una sella a un artigiano, questi non poteva applicare sul cuoio una qualsiasi tintura o un altro ornamento prima di averla fatta esaminare dal giurato; ciò per evitare che colore o decorazione nascondessero difetti del cuoio. Era inoltre proibito ai commercianti di unirsi per sfavorire un concorrente, per esempio vendendo la merce ad un prezzo inferiore al normale.
I maestri erano i dirigenti dell'industria dell'epoca, gli apprendisti i loro discepoli e successori; essi costituivano l'elemento vitale e produttivo della classe media. Sotto loro e sotto la loro direzione c'era quella che oggi si chiamerebbe la classe operaia, che gli statuti delle corporazioni chiamavano "fanti". Fanti, apprendisti e maestri, vivevano in comune, mangiavano lo stesso pane e sedevano alla stessa mensa. Quest'intima unione di lavoro e di vita, diffondeva sulla officina il suo calore benefico; il maestro estendeva ai suoi subalterni non solo un'impostazione tecnica ma anche una direzione morale. Gli artigiani difendevano la causa del loro padrone raggruppandosi intorno a lui nei momenti di difficoltà: l'officina padronale era infatti, non lo dimentichiamo, sempre animata dallo stesso spirito feudale.
Il numero di ore lavorative era limitato; le officine di Parigi praticavano quella che oggi viene chiamata "settimana inglese"; il lavoro notturno era proibito; i lavori pesanti non potevano essere affidati a donne.
Il rispetto della donna era uno dei caratteri distintivi dei costumi di allora, in conformità con la pratica di una vita decorosa e onesta. La condotta di un artigiano provocava scandalo? Egli veniva espulso dal laboratorio o allontanato finché la sua condotta non fosse migliorata. Anche il maestro che manteneva a servizio un artigiano indegno veniva punito.
La corporazione prevedeva anche una pensione alimentare per le vedove e i membri invalidi; gli orfani dei membri dovevano essere protetti dai maestri che erano obbligati ad avviarli a un lavoro e mantenerli.

venerdì 8 novembre 2013

Marco Tangheroni, Commercio e navigazione nel Medioevo, Laterza, Roma-Bari 1996, pp. XII.

 
 

Marco Tangheroni nasce a Pisa il 24 febbraio 1946; nella stessa città studia e si laurea presso l'università di Cagliari con una tesi su Gli Alliata. Una famiglia pisana del Medioevo, relatore il professor Alberto Boscolo (1920-1988). Ha insegnato nelle università di Cagliari, di Barcellona, di Sassari e di Pisa, dove è attualmente professore ordinario di Storia Medievale e direttore del Dipartimento di Medievistica. Nei suoi studi ha toccato i più diversi aspetti della realtà medievale, da quelli economici a quelli religiosi, indirizzandosi soprattutto all'area mediterranea. È autore di diversi volumi sulla storia di Pisa, della Toscana e della Sardegna - per esempio, Politica, commercio, agricoltura a Pisa nel trecento, Pacini, Pisa 1973; La città dell'argento. Iglesias dalle origini alla fine del Medioevo, Liguori, Napoli 1985; e Medioevo Tirrenico, Pacini, Pisa 1992 -, nonché di oltre un centinaio di articoli scientifici su riviste italiane e straniere. Ha collaborato al quotidiano Il Messaggero Veneto e collabora ai quotidiani Avvenire, Secolo d'Italia, il Giornale e L'Unione Sarda, nonché alle riviste Cristianità, Jesus, Storia e Dossier e Medioevo. Militante in Alleanza Cattolica dal 1970, ha svolto e svolge un'intensa attività di conferenziere sia su temi specificamente storici, sia su temi connessi alla dottrina sociale della Chiesa e all'attualità politica.
Commercio e navigazione nel Medioevo
costituisce autorevole punto della situazione degli studi sull'argomento.
Nella Premessa (pp. IX-XII) Tangheroni delinea in breve la genesi dell'opera e chiarisce di aver voluto offrire ai lettori un testo con i limiti e i pregi della sintesi, ma al tempo stesso in grado di presentare un quadro il più possibile articolato dei temi trattati.
L'autore dedica il primo capitolo (pp. 3-39) all'analisi dello stato dei commerci e della navigazione nella tarda antichità; in esso si mette in evidenza come fra i secoli IV e V la navigazione nel Mediterraneo non s'interrompesse, anche se la quantità delle merci scambiate era sensibilmente diminuita: si tratta di un'osservazione suggerita dalla riduzione del tonnellaggio medio delle navi e dai dati archeologici, relativi ai vari siti e agli oggetti ritrovati. In sostanza, a quest'epoca, il commercio mediterraneo non era cessato, ma era in chiaro declino; quindi non sarebbero state le invasioni arabe a segnarne la fine in modo improvviso.
Un duro colpo era stato assestato dalle invasioni dei germani, soprattutto per quanto riguarda il Mediterraneo occidentale; infatti le coste africane e spagnole, seppure in diversa misura, ne riportano gravi conseguenze. Quanto alla Gallia, se per Narbona si hanno chiari indizi di decadenza, Arles mantiene e anzi accresce la sua rilevanza.
Assai varia la situazione italiana: Roma, per esempio, era ancora il porto più importante del Tirreno, ma in stato di degrado, soprattutto in conseguenza della guerra greco-gotica; chiari segni di declino sono riscontrabili anche nelle aree di Napoli, della Sardegna e della Sicilia, anche se dalla seconda metà del secolo IV l'importanza di quest'ultima cresce grazie ai rifornimenti destinati a Roma. Se Pisa conserva limitate attività marinare, Ravenna, sede delle massime autorità bizantine in Italia e punto di forza della resistenza contro i longobardi, conosce in questi anni una grande fioritura. Diversa la sorte di città come Luni e Aquileia, che vanno incontro a una decadenza inarrestabile.
In merito alla situazione del Mediterraneo orientale, lo storico pisano sottolinea che la parte orientale dell'impero, la quale stava vivendo un processo di crescente grecizzazione, sente poco la crisi economica del secolo III, così che "[...] l'eclissi della vita urbana fu comparativamente assai minore in Oriente che in Occidente" (p. 20). La nuova capitale dell'impero, Costantinopoli, ha fin da subito una grande importanza: essa, posta sul Bosforo, era destinata a essere una città di mare. Pure Alessandria aveva un porto attivissimo, impegnato anche nell'esportazione del grano egiziano a Costantinopoli. Sebbene la politica economica bizantina non incoraggiasse particolarmente i commerci, all'epoca di Giustiniano la situazione dell'impero era florida.
Anche i rapporti commerciali fra Oriente e Occidente conservavano una certa vivacità e interessavano non soltanto beni di lusso ma anche spezie, il cui consumo era allora assai diffuso. Con tutto ciò la domanda da parte occidentale tendeva a essere ristretta e limitata, e nonostante la riconquista bizantina di Africa, Spagna sud-orientale e Italia abbia reso più facile la navigazione mediterranea, i suoi effetti non devono essere sopravvalutati. In Occidente il ruolo della moneta si stava riducendo al minimo.
Spostando lo sguardo dal Mediterraneo verso il Nord, Tangheroni descrive la situazione della Britannia, abbandonata dalle legioni romane all'inizio del secolo V e soggetta, già dagli ultimi decenni del IV, alle incursioni anglosassoni: si tratta del contesto in cui sarebbe sorto il mito arturiano. Le navi utilizzate dai sassoni usavano esclusivamente la propulsione a remi e sembra navigassero solo lungocosta; esse avevano ancora ben poco in comune con le navi vichinghe.
L'autore chiude il capitolo con una breve analisi dei rapporti commerciali con il lontano Oriente; sembra che i mercanti romani frequentassero diverse località dell'India sud-occidentale e Ceylon, dove arrivavano merci anche dalla Cina: "La continuità di questi traffici nel tardo impero è attestata da diversi indizi, anche numismatici. Per il VI secolo abbiamo l'opera, affascinante, dell'alessandrino Cosma, che, poi, ricevette il nome di Indicopleusta ("colui che ha navigato fino alle Indie")" (p. 39).
Nel secondo capitolo (pp. 41-72) lo storico pisano tratta principalmente dell'irruzione nella storia degli arabi, che segna nel Mediterraneo una svolta. Per avere una chiara percezione dei mutamenti avvenuti - spiega Tangheroni - basterebbe confrontare una carta relativa al 632, data della morte di Maometto, con una relativa al 655, data della morte di Othman, terzo califfo: in vent'anni erano cadute nelle mani degli arabi Palestina, Siria, Egitto e l'Armenia bizantina; l'impero persiano, poi, aveva cessato di esistere.
All'inizio del secolo VIII gli arabi s'impadroniscono di tutta l'Africa settentrionale e della Spagna visigotica. Nel 732 il franco Carlo Martello sconfigge i musulmani a Poitiers nel corso di una battaglia che avrebbe avuto una grande importanza nella tradizione storiografica latina, ma che con ogni probabilità ha un rilievo molto inferiore a quello della vittoriosa difesa di Costantinopoli nel 717: infatti, se la città imperiale fosse caduta - ipotesi che non pare troppo lontana in quella circostanza -, gli arabi avrebbero potuto raggiungere il Reno attraverso l'Europa orientale. In seguito a questo episodio Leone III Isaurico decide di riorganizzare radicalmente le forze navali bizantine.
Dopo aver brevemente esposto la situazione del Mediterraneo durante l'espansione araba fino al secolo IX, l'autore illustra le caratteristiche della marineria islamica, che è, alla sua nascita, sostanzialmente una marineria egiziana e siriana, e di quella bizantina, nonché le rispettive attività commerciali.
Nel terzo capitolo (pp. 73-104) lo storico pisano si occupa della situazione dei commerci e della navigazione nell'Occidente altomedievale. Il declino degli scambi nel Mediterraneo, come sottolineato in precedenza, non rappresenta un evento rapido e traumatico, ma è l'esito di un processo plurisecolare; fra i secoli VII e VIII l'attività dei centri marittimi spagnoli, francesi e italiani si riduce ai minimi termini e il "centro di gravità" (p. 75) dell'Occidente si sposta verso il Settentrione, in particolare nella zona fra la Loira e il Reno.
Tangheroni mette in evidenza come l'immagine di un'Europa ruralizzata e ripiegata su sé stessa sia, per quest'epoca, sostanzialmente accettabile, e aggiunge che "come la decadenza è ormai considerata l'esito di un processo lento e non di una crisi rapida e dovuta ad un solo evento esterno, così anche la ripresa dello sviluppo economico, della circolazione dei beni e degli stessi scambi commerciali in senso stretto appaiono oggi [...] l'esito di una lenta e plurisecolare evoluzione le cui cause andrebbero fondamentalmente viste in una dinamica interna alla società e all'agricoltura dell'Occidente" (p. 74).
Dopo queste premesse l'autore tratteggia la lenta e non facile, ma comunque reale, ripresa economica dell'Europa occidentale, dedicando particolare attenzione alle grandi proprietà fondiarie e alla ripresa degli scambi; prosegue facendo cenno ai problemi monetari dell'epoca post-carolingia, quindi prende in esame il ruolo commerciale di Venezia, già "strettamente legata al mare" (p. 94), e quello di Amalfi e dell'Italia meridionale.
Nell'ultima parte del capitolo lo storico pisano sposta l'attenzione verso l'Atlantico e il Baltico, presentando le attività marinare dei frisoni e i legami commerciali che intercorrevano fra l'impero carolingio, l'Inghilterra anglosassone e i popoli slavi.
Tangheroni dedica il quarto capitolo (pp. 105-126) alla grande espansione marittima dei vichinghi: alla fine del secolo VIII - del 793 è la famosa scorreria contro il monastero di Lindisfarne, in Northumbria - gli uomini del nord danno inizio a un'impressionante serie d'incursioni contro l'Inghilterra, l'Irlanda e l'Europa continentale. Si tratta di un fenomeno "[...] che colse di sorpresa i contemporanei e che, in un certo senso, non cessa di inquietare gli storici e di porre loro diversi problemi" (p. 105).
Dopo aver effettuato una distinzione fra l'attività di norvegesi e di danesi, proiettati verso Occidente, e quella degli svedesi, "vareghi" (p. 106), diretta in Oriente - ma si deve tener presente che nella Scandinavia dell'epoca non esistevano queste precise nazionalità -, l'autore, sulla scorta delle fonti, formula qualche ipotesi sulle cause della loro espansione. Poi descrive le incursioni vichinghe che a partire dal secolo IX interessano i territori dell'impero carolingio, l'Inghilterra e l'Irlanda; tali scorrerie non producono solo devastazioni, ma danno anche origine alla creazione "[...] di uno spazio economico unitario nel mare del Nord e nel Baltico, dove l'isola di Gotland era il centro di traffici che interessavano anche la regione costiera continentale allora chiamata Curlandia" (p. 115), cosa che costituisce "la conseguenza più rilevante dell'espansione dei vichinghi" (p. 115).
Quanto alla penetrazione varega nella Russia e nell'impero bizantino, essa ha caratteristiche più propriamente commerciali rispetto all'attività dei vichinghi in Occidente; gli scandinavi hanno inoltre un ruolo inequivocabile nello sviluppo dei centri protourbani più importanti, mentre altri vareghi formano un corpo scelto al servizio degli imperatori di Costantinopoli.
Quindi lo storico pisano tratteggia la tipologia e le caratteristiche delle navi vichinghe, conosciute abbastanza bene attraverso i ritrovamenti archeologici. Proprio grazie all'alto livello delle loro imbarcazioni - oltre che al loro coraggio e al loro spirito d'avventura -, i vichinghi possono raggiungere l'Islanda, colonizzata a partire dall'870, e successivamente la Groenlandia, scoperta attorno al 982 dal celebre Erik il Rosso. Essi inoltre esplorano "Vinland" (p. 123), una regione costiera dell'America settentrionale; a questo riguardo Tangheroni evidenzia come "[...] i vichinghi ebbero la sensazione, certo, di aver raggiunto terre ignote, ma le considerarono come una sorta di sconosciuta appendice del settentrione europeo" (p. 126).
All'inizio del quinto capitolo, intitolato La rivoluzione commerciale e il mare (pp. 127-186), l'autore spiega come dev'essere compreso, in questo contesto, il termine "rivoluzione", che, lungi dal voler suggerire l'idea di un cambiamento repentino e totale, intende sottolineare fortemente le "[...] differenze quantitative e qualitative tra gli accenni di ripresa della crescita economica e dello sviluppo degli scambi dei secoli precedenti al Mille e il decollo del commercio e la fioritura delle città che caratterizzano l'XI e, con ritmo ancor più veloce e più generale diffusione geografica, il XII secolo" (p. 127).
Successivamente egli delinea lo sviluppo delle città fra i secoli XI e XII, fortemente legato all'incremento demografico; un'analisi dettagliata è dedicata al ruolo di Pisa e Genova nella riconquista cristiana del Mediterraneo occidentale e alla presenza italiana in Oriente nel corso del secolo XI e, in seguito, durante e dopo la prima crociata.
L'indagine infine si sposta verso l'attività marinara di Catalogna, Linguadoca e Provenza, e d'Inghilterra, Fiandre, Bretagna e Galizia.
Lo storico pisano dedica il sesto capitolo (pp. 187-251) alla navigazione nel Medioevo nei suoi vari aspetti, e sottolinea inizialmente il netto salto di qualità che caratterizza il progresso della tecnica nautica e dell'arte della navigazione fra i secoli XII e XIV; poi passa a tratteggiare le tipologie delle navi che solcavano il Mediterraneo, ossia le galee, lunghe e sottili, che utilizzavano anche la propulsione umana, e i velieri, navi tonde, con grande capacità di carico e a sola propulsione eolica. Nella stessa epoca i mari del Nord erano dominati dalla Kogge, il grande veliero della marineria anseatica, radicalmente diverso dai drakkar e snekkar dei vichinghi, che, nel secolo XI, avevano raggiunto il livello massimo delle loro potenzialità.
Quindi Tangheroni prende in esame gli arsenali e i cantieri medievali occidentali e orientali, e aspetti particolari e di straordinario interesse dell'"andar per mare nel Medioevo" (p. 218), quali quelli relativi a naufragi, pirateria e guerra di corsa, e alle figure di armatori, marinai, mercanti, pellegrini e crociati. Una trattazione a parte è dedicata alla religiosità marinara, riguardante la pratica degli ex voto, la vita di preghiera durante la navigazione, la venerazione per la Madre di Dio e i santi.
Nelle ultime pagine del capitolo l'autore tratta dei rapporti, non sempre facili, fra "gente di mare" e "gente di terra" (p. 244).
Nel settimo capitolo (pp. 253-333) lo storico pisano si occupa degli aspetti e dei caratteri fondamentali del commercio nel pieno Medioevo: sottolinea che non è corretto prendere in considerazione soltanto i limiti e le ombre dello sviluppo economico fra la fine del secolo XII e gli inizi del XIV, considerandolo una semplice premessa alla crisi del Trecento, perché l'immagine che emergerebbe da un'analisi di questo genere sarebbe fuorviante. In realtà, ci si trova dinanzi non "[...] ad una pura crescita quantitativa, né alla crescita di questo o quel settore [...], bensì ad un processo di sviluppo nel senso proprio del termine, quindi di lunga durata, di progressiva estensione geografica e con aspetti anche qualitativi, come la moderna definizione del termine sviluppo richiede" (p. 254).
Nelle pagine successive Tangheroni prende in esame la crescita della produzione agricola, la rete dei trasporti terrestri e fluviali, e quei momenti di grande rilievo culturale, oltre che economico, costituiti dalle fiere e dai mercati.
In seguito egli si sofferma sulla crescita e sul ruolo commerciale delle città, sulla crescente necessità di moneta, sull'evoluzione che porta dalla figura del mercante itinerante a quella dell'uomo d'affari sedentario, su alcune novità tecniche quali la lettera di cambio, sulla presenza di uomini d'affari italiani - soprattutto fiorentini, senesi, pisani, genovesi, lucchesi e piacentini - in Europa e sulla loro etica e formazione culturale.
Nell'ottavo capitolo (pp. 335-442) l'autore indaga sugli aspetti del commercio marittimo nel pieno Medioevo e presenta anzitutto il ritorno della moneta d'oro nell'Europa occidentale - in cui, dall'epoca di Carlo Magno, vigeva un regime di monometallismo argenteo - come conseguenza dei commerci mediterranei, quindi prende in esame i caratteri propri del commercio marittimo, quali le forme societarie sulle quali esso si basava e le assicurazioni marittime.
Quindi dedica le pagine successive alla crisi politica ed economica del mondo islamico fra i secoli XII e XIII e alla comparsa "[...] sulla scena della storia di un nuovo popolo, i mongoli, dalle abitudini nomadi, con una religione fondata sullo sciamanesimo e su invocazioni al cielo eterno, dall'ottima organizzazione militare fondata su una rapida cavalleria leggera, abilissima nell'uso dell'arco" (p. 362). I mongoli, fra i secoli XII e XIII, sotto la guida di Cinggis-Khan - il nostro Gengis Kan - e dei suoi successori creano un vasto impero, raggiungendo Persia, Cina, Corea, Crimea, Ucraina - Kiev è saccheggiata nel 1240 -, Russia, Ungheria e Polonia; anche Baghdad cade, nel 1258.
In Occidente i mongoli, fra i quali vi erano anche cristiani nestoriani, da una parte suscitano terrore, dall'altra fanno nascere la speranza di aver trovato alleati contro il mondo islamico, il che dà origine a missioni diplomatiche quali quella del francescano Giovanni da Pian del Carpine che, nel 1246, partendo da Kiev, raggiunge Caracorum, dove consegna al Gran Khan, appena eletto dall'assemblea dei capi, una lettera del Papa. Considerevole nell'impero mongolo è anche la presenza di mercanti occidentali, come i veneziani Polo.
Lasciandosi alle spalle le steppe, i deserti e le montagne della via della seta, lo storico pisano tratta della via marittima verso l'Oriente, solcata nel secolo XIII, fra i primi occidentali, da un altro francescano, Giovanni da Montecorvino, che dal Golfo Persico s'imbarca per l'India settentrionale e poi raggiunge l'India meridionale e la Cina "[...] dove impiantò la Chiesa cattolica, morendo, ottuagenario, vescovo di Pechino" (p. 369).
Nelle pagine successive Tangheroni affronta la sempre più grave decadenza dell'impero di Costantinopoli, la presenza di genovesi, veneziani e catalani nel Levante, e segnala l'esistenza di piccoli traffici accanto a quelli a grande distanza; un ampio excursus è dedicato ai porti e alle rotte del Mediterraneo occidentale e alla navigazione nel Baltico, nel mare del Nord e nell'Atlantico.
Nel nono e ultimo capitolo (pp. 443-485) l'autore tratta dei mutamenti e dello sviluppo alla fine del Medioevo; in esso, dopo aver sottolineato la propria diffidenza nei confronti delle teorie "catastrofiste" (p. 444) in relazione alla crisi del Trecento (pp. 443-485), riguardo alla quale numerose sfumature meriterebbero di essere evidenziate, analizza la situazione del commercio marittimo nel Basso Medioevo e i primi passi dell'espansione europea verso l'Africa, le Canarie e le Azzorre, che ha come principale protagonista il Portogallo.
Il saggio, arricchito da un cospicuo apparato iconografico costituito da 41 figure fuori testo, termina con un'ampia bibliografia tematica (pp. 487-493).
Infine, una notazione di non scarso rilievo: Commercio e navigazione nel Medioevo di Marco Tangheroni non costituisce soltanto opera di sintesi relativamente a più settori di studio e all'attività di più anni - una vita - di ricerca, ma unisce alla serietà e al rigore scientifici un'inconsueta - per il genere - leggibilità. Questo ne fa contributo doppiamente significativo e meritorio alla corretta e diffusa conoscenza della civiltà cristiana romano-germanica medioevale in suoi aspetti dinamici, quelli della vita commerciale e della pratica marinara.

Ivo Musajo Somma di Galesano